Caso Pietracatella, la Procura dispone una nuova consulenza sul sangue delle vittime
Nuovo incarico al Centro Antiveleni di Pavia nell’inchiesta sul doppio decesso di madre e figlia. Si lavora anche sull’ipotesi della ricina sciolta in acqua
La Procura di Larino imprime una nuova accelerazione all’inchiesta sul caso della ricina di Pietracatella. Dopo la trasferta a Pavia della procuratrice Elvira Antonelli, arriva la conferma ufficiale di un nuovo incarico affidato al Centro Antiveleni del Maugeri, già decisivo nel primo approfondimento che aveva permesso di individuare la tossina nel sangue di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi, madre e figlia morte subito dopo Natale.
I nuovi accertamenti richiesti riguardano ancora una volta il sangue delle persone coinvolte nella vicenda, dentro un’indagine che resta aperta per duplice omicidio contro ignoti e che continua ad allargarsi su più fronti: dai rilievi scientifici ai rapporti familiari, fino ai nuovi sopralluoghi nell’abitazione sotto sequestro.
Una seconda consulenza al Centro Antiveleni di Pavia
La nuova consulenza affidata al Centro Antiveleni diretto da Carlo Locatelli è la seconda richiesta dalla Procura di Larino. Il primo lavoro, consegnato il 23 aprile, aveva rappresentato una svolta decisiva, perché aveva consentito di individuare la ricina nel sangue delle due donne morte a Pietracatella.
Nelle 35 pagine della relazione, secondo quanto emerso, viene ricostruito in dettaglio il percorso seguito dai tecnici di Pavia. Il primo screening, eseguito nei primi giorni di gennaio, era partito dalla ricerca di circa 1300 agenti tossici tra farmaci, metalli, pesticidi e tossine vegetali. Solo successivamente il ventaglio degli accertamenti si era spostato anche verso sostanze meno comuni, fino ad arrivare proprio alla ricina.
Nello stesso elaborato, Locatelli sottolinea anche un elemento importante sul piano scientifico: nonostante i dati disponibili in letteratura, le variabili in gioco non consentono ancora di definire con precisione il numero minimo di semi di ricino capace di provocare tossicità nell’uomo. Su questo punto, spiega il consulente, esistono soltanto ipotesi.
L’ipotesi della ricina sciolta in acqua
Tra le piste su cui stanno lavorando gli inquirenti prende corpo anche quella secondo cui la ricina potrebbe essere stata somministrata sciolta in acqua ad Antonella Di Ielsi, 50 anni, e alla figlia Sara Di Vita, di 15 anni.
È un’ipotesi investigativa che si collega ai nuovi accertamenti tecnici e al prossimo ritorno degli investigatori nella casa della famiglia Di Vita a Pietracatella, dove è previsto un nuovo sopralluogo con una ricerca mirata di eventuali tracce della sostanza tossica.
Non si esclude inoltre che possano essere effettuati altri esami anche sugli avanzi dei pasti sequestrati in precedenza dalla polizia scientifica, un passaggio che potrebbe aiutare a chiarire le modalità della somministrazione del veleno.
Il sangue del marito e i frammenti proteici compatibili
Nel quadro degli accertamenti si inserisce anche la posizione di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime. Nel suo sangue, secondo quanto trapela, sarebbero stati trovati frammenti proteici compatibili, ma non in modo definitivo, con la ricina.
L’ipotesi che anche lui possa essere stato avvelenato non viene esclusa, ma su questo punto pesa un limite temporale: con il trascorrere dei giorni, infatti, la tossina tende a scomparire dal sangue, rendendo sempre più difficile arrivare a una conferma scientifica definitiva.
È anche per questo che la visita della procuratrice di Larino e del capo della Squadra Mobile di Campobasso al Centro Antiveleni di Pavia viene letta come un passaggio investigativo particolarmente delicato, utile a fare il punto sugli esiti delle analisi e sugli ulteriori margini di approfondimento.
Tensioni familiari e vite private al centro delle verifiche
Accanto al versante scientifico, l’inchiesta continua a muoversi anche sul piano relazionale. Tra gli elementi finiti sotto osservazione ci sarebbero alcune tensioni familiari tra una delle vittime e una parente, circostanza che la Squadra Mobile di Campobasso sta approfondendo da mesi.
Parallelamente, gli investigatori starebbero scandagliando anche le vite private delle persone coinvolte, compresi eventuali rapporti sentimentali del passato, nel tentativo di individuare un possibile movente o comunque elementi utili a ricostruire il contesto in cui si sarebbe maturato il duplice avvelenamento.
Gli interrogatori di amici e parenti proseguono senza sosta in Questura a Campobasso, a conferma di un’indagine che, pur senza indagati ufficiali, continua a battere piste diverse.