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12/03/2026 ore 17.42
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Sigarette elettroniche, in Europa quasi metà del mercato è irregolare

Uno studio stima un giro da 6,6 miliardi di euro nel 2024: il 90% dei dispositivi presenti in Europa arriva dalla Cina

di Redazione

Il mercato delle sigarette elettroniche in Europa vale miliardi, ma quasi la metà si muove fuori dai canali regolari. È questo il dato più forte che emerge da un nuovo studio realizzato da New Fraunhofer, riportato da Adnkronos, secondo cui il 48% del mercato europeo, pari a un volume di 6,6 miliardi di euro, sarebbe oggi rappresentato da commercio irregolare. Una quota destinata, secondo le stime riportate, a crescere fino a 10,8 miliardi di euro entro il 2030.

A impressionare è anche un altro numero: circa il 90% delle sigarette elettroniche presenti in Europa proviene dalla Cina. Una filiera enorme, che passa soprattutto da Shenzhen, cuore produttivo del settore, e che secondo lo studio si intreccia con un sistema di distribuzione opaco, differenze normative tra Paesi e flussi commerciali difficili da controllare.

Il peso del mercato irregolare delle sigarette elettroniche

Lo studio prova a misurare per la prima volta il perimetro del mercato sommerso delle sigarette elettroniche in Europa, utilizzando analisi commerciali e della catena di approvvigionamento, statistiche doganali e segmentazione del mercato. Il risultato restituisce una fotografia molto netta.

I prodotti irregolari, secondo la ricostruzione, comprendono merce presente nel mercato grigio e nero che viola normative fiscali nazionali, requisiti di etichettatura, norme di omologazione oppure la cui origine non è chiaramente tracciabile. All’interno di questa area, il 35% sarebbe chiaramente attribuibile al commercio illegale, mentre circa il 13% sarebbe rappresentato da importazioni private di prodotti non approvati o non tassati.

Il fenomeno, inoltre, non mostra segnali di rallentamento. Il tasso di crescita stimato del mercato irregolare è dell’8,6% annuo, segnale di un’espansione costante che rischia di mettere sempre più sotto pressione operatori regolari e sistemi fiscali nazionali.

La Cina domina la produzione e Shenzhen è il centro del settore

Il baricentro produttivo del comparto è in Cina. Secondo lo studio, circa il 72% della produzione cinese di sigarette elettroniche avviene a Shenzhen, dove ha sede il 70% dei produttori di questi dispositivi. È da lì che partirebbe la gran parte del flusso commerciale destinato al mercato europeo.

La distribuzione nel continente passerebbe poi da alcuni snodi logistici centrali, in particolare Germania, Paesi Bassi e Belgio, indicati come hub per l’ulteriore smistamento delle merci. Da questi Paesi, le spedizioni verrebbero spesso trasferite su camion e fatte circolare all’interno dell’Unione con controlli più limitati, facilitando così l’ingresso di merce irregolare nel mercato interno e l’elusione delle imposte.

Dodici milioni di pacchi al giorno e controlli sempre più difficili

Uno dei nodi principali riguarda il volume gigantesco delle spedizioni in arrivo dalla Cina. Secondo quanto riportato nel testo, lo scorso anno nell’Unione Europea sarebbero arrivati circa dodici milioni di pacchi al giorno, un numero superiore rispetto ai due anni precedenti.

Dentro questo flusso crescente, aumenta anche il numero di consumatori che ordinano direttamente dall’Asia. È proprio in questo spazio che, secondo lo studio, i fornitori di piattaforme online riuscirebbero a sfruttare la mancanza di uniformità delle normative comunitarie, approfittando delle differenze tra regole nazionali, tassazione e classificazioni dei prodotti.

Il risultato è una pressione crescente sui sistemi di controllo, che da soli non riescono a verificare in modo puntuale milioni di spedizioni quotidiane.

Le perdite fiscali e la pressione sui fornitori legali

Le conseguenze economiche sono rilevanti. Lo studio stima che nella sola Germania, nel 2024, la perdita fiscale legata al fenomeno sia stata di circa 119 milioni di euro. Ma il problema, nel testo, viene descritto come ben più ampio: i prodotti irregolari eluderebbero i controlli di qualità e di tutela dei consumatori, oltre a garantire margini molto elevati ai produttori.

Le differenze di prezzo interne al mercato europeo vengono indicate come uno dei fattori che alimentano il contrabbando e le reimportazioni dai Paesi confinanti. Proprio queste asimmetrie, secondo lo studio, creano incentivi forti per gli operatori che si muovono nelle zone grigie del mercato e mettono in difficoltà i fornitori legali.

Perché il problema non riguarda solo il fisco

La questione non si esaurisce sul piano fiscale. Nel testo si sottolinea che questa merce sfugge anche ai controlli sulla qualità dei prodotti e sulla tutela dei consumatori, con rischi evidenti sul piano della sicurezza e della trasparenza.

La mancanza di standard uniformi tra i diversi Stati membri produce infatti disparità di prezzo, differenze nella classificazione dei prodotti e vuoti di tracciabilità che il mercato sfrutta con facilità. Da qui l’idea che il problema non riguardi soltanto l’evasione di imposta, ma la stessa capacità dell’Unione di presidiare un settore in forte espansione.

Le tre misure indicate dallo studio

Lo studio suggerisce tre direttrici di intervento che potrebbero essere adottate indipendentemente dalle maggioranze politiche.

La prima riguarda definizioni e classificazioni uniformi dei prodotti. Molte distorsioni, secondo questa impostazione, nascono dal fatto che dispositivi identici vengono registrati, classificati e tassati in modo diverso nei vari Stati membri.

La seconda misura è la tracciabilità digitale, accompagnata da una piattaforma dati centrale. Le tecnologie richiamate includono la serializzazione basata su blockchain e la valutazione dei rischi supportata dall’intelligenza artificiale, strumenti che potrebbero aiutare a distinguere i flussi legali da quelli illegali. Il punto centrale, però, è l’integrazione dei dati: produzione, importazione, consumo e violazioni normative dovrebbero confluire in una piattaforma internazionale unica, capace di restituire una sorveglianza più completa del mercato.

La terza direttrice è la cooperazione con i Paesi di origine. Per i beni prodotti in serie in Cina, osserva lo studio, il controllo più efficace può essere esercitato prima dell’esportazione, non solo all’ingresso in Europa. Una stretta collaborazione tra autorità europee e asiatiche, collegata alla piattaforma dati centrale, potrebbe aumentare la trasparenza lungo tutta la catena di approvvigionamento e bloccare i flussi illegali alla fonte.

Il nodo del divieto totale

Nel testo viene affrontata anche l’ipotesi, discussa pubblicamente, di un divieto totale delle sigarette elettroniche. La conclusione dello studio è netta: una misura del genere sarebbe controproducente.

L’argomento è che l’eliminazione dei canali legali di distribuzione rischierebbe di spostare ancora più quote verso il mercato illegale, aggravando un fenomeno già molto ampio. In altre parole, il divieto non ridurrebbe automaticamente i consumi, ma potrebbe rafforzare le filiere opache e sottrarre ulteriore spazio ai soggetti che operano nel rispetto delle regole.

Un mercato miliardario sempre più opaco

L’immagine finale è quella di un mercato solo in apparenza ordinario. Le sigarette elettroniche arrivano in Europa in confezioni standard, si muovono dentro catene logistiche complesse e sfruttano falle normative, disomogeneità fiscali e volumi di spedizione ormai difficili da controllare.

Secondo lo studio, dietro questo traffico c’è un mercato sommerso miliardario, che pesa sulle entrate fiscali, altera la concorrenza, indebolisce la tutela dei consumatori e rende la logistica un nodo centrale, spesso involontario, del problema. È su questa linea che si gioca la sfida dei prossimi anni: rendere i flussi più trasparenti, coordinare i controlli e ridurre gli spazi in cui prospera il commercio irregolare.