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27/03/2026 ore 10.12
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Accoltella la prof e scrive il piano, la risposta della docente

A Trescore Balneario emergono i messaggi del 13enne prima dell’aggressione e la lettera di Chiara Mocchi dopo il ricovero

di Redazione
Chiara Mocchi

Trescore Balneario resta sconvolta da una vicenda che ha unito in modo drammatico due scritti e due vite. Da una parte il manifesto affidato a Telegram dal 13enne che ha accoltellato la sua insegnante di francese, Chiara Mocchi. Dall’altra la lettera della docente, diffusa tramite il suo legale, dopo l’aggressione avvenuta nei corridoi della scuola media del paese della Bergamasca. In mezzo ci sono la violenza, la paura vissuta dagli studenti e le parole di una professoressa che, nonostante le ferite, dice di voler tornare in classe.

Il caso si è caricato di ulteriore peso con l’emersione dei messaggi scritti dal ragazzo il giorno prima dell’attacco. Parole nelle quali, secondo quanto riportato, il 13enne annunciava l’intenzione di uccidere la docente, spiegando di sentirsi umiliato e preso di mira. La risposta della professoressa arriva invece in una forma opposta: non il rancore, ma il desiderio di tornare a insegnare e a credere nei giovani.

Il manifesto del 13enne scritto prima dell’aggressione

A uscire per primo è stato il testo attribuito al ragazzo e diffuso su Telegram. «Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata, le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti», si legge nel messaggio scritto, secondo il testo fornito, il giorno prima dell’aggressione.

Nel manifesto il giovane racconta una «vita piena di ingiustizie» e accusa la scuola di stare «fallendo». Fa riferimento anche a un episodio in cui sarebbe stato aggredito da un compagno senza che gli insegnanti intervenissero. «Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla», scrive ancora.

Sono frasi che danno la misura di un risentimento maturato nel tempo e sfociato poi nella violenza. Il testo mostra un piano già definito, con accuse precise rivolte all’ambiente scolastico e alla docente poi colpita.

I riferimenti alla diagnosi e il senso di impotenza raccontato dal ragazzo

Nel documento il 13enne collega la sua decisione a un malessere che descrive come profondo. «La goccia che ha fatto traboccare il vaso» e che «mi ha spinto a prendere questa decisione radicale» sarebbe stata, secondo le sue parole, «la mia diagnosi di ADHD». Nel testo sostiene di sentirsi «completamente impotente» e vittima di adulti «a cui non importa» di lui.

Il ragazzo aggiunge: «Ho difficoltà di attenzione, è un dato di fatto, eppure, quando mi è stato chiesto di fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato punteggi bassi per quanto riguarda la distrazione, ma non esita a farmelo notare in classe, e questo mi fa solo arrabbiare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di difficoltà solo perché non le piaccio».

Nel suo scritto, dunque, il giovane prova a spiegare il proprio stato d’animo e il conflitto vissuto nel contesto scolastico, fino a trasformarlo in un progetto di aggressione.

Il piano, l’età e la convinzione di essere impunibile

Tra i passaggi più inquietanti del manifesto c’è quello in cui il ragazzo richiama espressamente la sua età. «Non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo».

Il 13enne spiega anche il significato attribuito all’abbigliamento indossato durante l’aggressione. Riferendosi alla maglietta, scrive che «vendetta» «non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo, mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male». Parla poi dell’uniforme militare, sostenendo di vedersi «come un soldato che combatte per i propri diritti» e affermando di sentirsi «superiore» ai suoi coetanei.

Il quadro che emerge da queste parole è quello di un’azione non improvvisata, ma pensata e rivendicata in anticipo con un linguaggio di sfida e di auto-legittimazione.

La lettera di Chiara Mocchi: «Io tornerò»

A fine giornata è arrivata la risposta della docente, affidata al suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas. Una risposta che assume il tono di una testimonianza personale ma anche di un messaggio rivolto alla scuola. «Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande».

Sono parole che segnano una distanza radicale rispetto al manifesto del ragazzo. Dove c’era la volontà di colpire, la professoressa rivendica la volontà di tornare. Dove c’è stata la violenza, lei oppone il senso della propria vocazione educativa.

Il messaggio agli studenti dopo la paura

Nella lettera Chiara Mocchi si rivolge anche ai ragazzi che hanno assistito alla scena e che sono rimasti traumatizzati da quanto accaduto. «Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti».

E ancora: «Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò». In un altro passaggio si rivolge direttamente ai suoi alunni: «So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio».