Zoe uccisa dal fidanzato violento: le contraddizioni e la confessione di Alex Manna
Il 19enne in carcere ha ammesso l’aggressione a Zoe Trinchero, 17 anni, ma la sua versione è piena di incoerenze. Indagini sull’autopsia e tentativi di depistaggio
Quando una notte di festa si trasforma in tragedia, si spalanca davanti alla comunità non solo il dolore per una vita spezzata ma anche una lunga scia di domande senza risposta. A Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il corpo di Zoe Trinchero, 17 anni, è stato ritrovato senza vita in un canale nelle prime ore dell’8 febbraio, con evidenti segni di violenza. Quella che doveva essere una serata tra amici è finita in un femminicidio che scuote ancora una volta l’opinione pubblica italiana.
Il principale indagato, Alex Manna, 19 anni, suo coetaneo e connazionale, si è presentato davanti alle autorità ammettendo responsabilità e contraddizioni. Dopo un lungo interrogatorio, nel corso dell’udienza di convalida del fermo ha chiesto alla propria legale di “porgere le scuse alla famiglia di Zoe”, ma poi si è avvalso della facoltà di non rispondere alle ulteriori domande.
La confessione resa agli investigatori contiene passaggi che lasciano sconcertati. Secondo la sua versione, i due si erano allontanati dal gruppo di amici nei pressi di un garage dove si erano ritrovati la sera precedente, e la discussione tra lui e Zoe sarebbe degenerata. «Abbiamo discusso, le ho dato un pugno, forse più pugni. Io facevo boxe, non so perché», avrebbe detto Manna in un verbale che gli investigatori stanno confrontando con gli altri elementi raccolti. Poi, nel panico, secondo la sua versione, avrebbe trascinato la ragazza ancora in vita nel canale.
Nei momenti immediatamente successivi all’aggressione, invece di chiamare i soccorsi, Manna è tornato a casa per cambiarsi gli abiti sporchi di sangue e ha tentato di depistare le indagini, accusando un’altra persona, un ragazzo nero, di aver partecipato all’aggressione. Una condotta che ha ulteriormente aggravato la situazione: sotto casa dell’uomo indicato, un musicista innocente, si è radunato un gruppo di persone inferocite, costringendo le forze dell’ordine a intervenire per evitarne il linciaggio.
Le autorità, tuttavia, rimangono caute nel definire con precisione dinamiche e moventi fino a quando non sarà depositata l’autopsia sul corpo della giovane: un esame che dovrà chiarire se Zoe poteva ancora essere salvata al momento in cui fu gettata nell’acqua, o se il trauma cranico e le ferite da percosse fossero già letali.
Amici e familiari di Zoe descrivono una giovane solare, amata e rispettata, la cui esistenza è stata spezzata da un gesto tanto inspiegabile quanto irreversibile. Tra questi, una delle amiche più vicine ha ricordato al cronista che «ci siamo lasciati perché non mi piaceva il suo comportamento… non è un tipo tranquillissimo, perde la pazienza facilmente», raccontando una dinamica complessa di relazioni giovanili che però non giustifica in alcun modo la violenza subita da Zoe.
Sull’omicidio pende al momento l’accusa di omicidio aggravato dai futili motivi: una qualificazione che riflette la gravità del gesto e la sua apparente mancanza di un movente chiaro o giustificato. Nel frattempo, la comunità di Nizza Monferrato e quella di Montegrosso d’Asti, da dove provengono entrambe le famiglie, sono sconvolte dal peso di una vicenda che apre inevitabilmente dibattiti più ampi sulla cultura della violenza giovanile e sulle relazioni affettive in età adolescenziale.
Le indagini proseguono, con l’obiettivo non solo di ricostruire nei dettagli le responsabilità dell’accaduto, ma anche di comprendere se, nelle ore immediatamente successive alla lite fatale, sia stata persa un’opportunità di soccorso che avrebbe potuto fare la differenza. Intanto, attorno al luogo della tragedia si intrecciano fiori, messaggi e silenzi, mentre amici e coetanei tentano di dare un senso all’insensato.