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27/08/2026 ore 19.37
Lettere e Opinioni

«Buttate via la chiave»: la deriva forcaiola che dimentica Costituzione e umanità

Sovraffollamento al 139,7%, cure difficili e misure alternative in salita: la pena è privazione della libertà, non perdita della dignità

di Emilia Corea*

Capita spesso di leggere, sotto gli articoli che parlano di carcere, commenti che non lasciano spazio a molte sfumature. «Buttate via la chiave». «Devono marcire dentro». «Devono stare chiusi a vita». È un linguaggio che ormai non sorprende più. È il segno di un clima che sembra avere smarrito la misura e che potremmo definire, senza troppi giri di parole, una deriva forcaiola. Il problema è che il carcere non è un luogo lontano da noi. Non è un pianeta abitato da una specie diversa. In carcere, per una ragione o per un'altra, potremmo finirci tutti. Chiunque di noi.

Nessuno è esente dalla possibilità di essere sottoposto a un procedimento penale, a una misura cautelare, a una condanna. E soprattutto nessuno dovrebbe dimenticare una cosa elementare e cioè che dentro un carcere non ci sono soltanto persone definitivamente riconosciute colpevoli.

L'articolo 27 della Costituzione dice una cosa semplice e gigantesca: «L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». E dice anche che le pene «non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» e devono tendere alla rieducazione del condannato. La presunzione di innocenza non è una formula da citare nelle aule universitarie e poi dimenticare davanti a un titolo di giornale. È una garanzia che riguarda tutti. E riguarda anche chi oggi viene indicato come colpevole, ma domani potrebbe essere assolto.

Gli errori giudiziari esistono. Le assoluzioni esistono. Le revisioni dei processi esistono. Esistono persone che entrano in carcere e poi ne escono senza una condanna definitiva. Per questo bisogna stare attenti alle parole. Perché quando si invoca il carcere come risposta a tutto, quando si chiede di «buttare via la chiave», si dimentica che dietro quella porta potrebbe esserci anche una persona che non ha commesso il fatto per cui è stata privata della libertà.

E poi c'è una domanda ancora più semplice. Molti di quelli che invocano il carcere a vita, che vorrebbero gettare le chiavi e non vederle mai più, la domenica vanno a messa. Entrano in una chiesa, ascoltano un sacerdote, recitano preghiere. Coloro che credono, ascoltano anche quelle parole antiche che invitano a non scagliare la prima pietra. «Chi è senza peccato». Quanti sono davvero immacolati? Chi può dire, con assoluta certezza, di non avere mai sbagliato? Chi può essere sicuro che nella propria vita non ci sia stato un gesto, una scelta, una debolezza di cui un giorno potrebbe dover rispondere? Non si tratta di mettere sullo stesso piano un reato e un errore qualunque. Si tratta di ricordare che la giustizia dello Stato non può diventare una gara a chi chiede la punizione più dura. Perché il carcere non è il luogo dove lo Stato deve vendicarsi.

La pena è la privazione della libertà. Non è la malattia. Non è l'abbandono. Non è il caldo soffocante di una cella. Non è dormire in una stanza sovraffollata. Non è aspettare mesi per una visita specialistica. Non è essere lasciati soli davanti a una patologia grave. Quella sofferenza ulteriore non è una pena aggiuntiva prevista dal giudice. Quando supera i limiti della dignità umana, diventa altro. Lo ha detto con chiarezza anche la Corte europea dei diritti dell'uomo nella sentenza Torreggiani: condizioni detentive caratterizzate da grave carenza di spazio e da altre condizioni materiali inadeguate possono integrare una violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea, che vieta i trattamenti inumani o degradanti. La soglia dei tre metri quadrati di spazio vitale per detenuto è diventata uno dei simboli di quella condanna. Sono passati tredici anni. E oggi siamo tornati pericolosamente vicini a quei numeri.

Al 28 luglio 2026, secondo i dati riportati dal rapporto di metà anno di Antigone, nelle carceri italiane c'erano 64.741 detenuti a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili: un tasso di sovraffollamento reale del 139,7 per cento. In Puglia il dato arrivava al 180,4 per cento. In alcuni istituti si superava il 200 per cento. È difficile non vedere il paradosso. Nel 2013 l'Italia veniva condannata dalla Corte europea per le condizioni delle proprie carceri. Oggi il sistema penitenziario torna a muoversi su livelli di sovraffollamento che ricordano proprio quegli anni. Non è soltanto una questione di numeri. Dietro ogni percentuale ci sono letti, materassi, bagni, corridoi, ore d'aria. E persone.

Le carceri sono una polveriera. Una polveriera fatta di sovraffollamento, tensione, solitudine, dipendenze, disagio psichico, carenza di personale e assistenza sanitaria insufficiente. Il sistema sanitario penitenziario è formalmente parte del Servizio sanitario nazionale e la normativa impone che garantisca servizi adeguati alle esigenze di cura dei detenuti. Ma tra ciò che la legge stabilisce e ciò che una persona riesce concretamente a ottenere dietro le sbarre può esserci una distanza enorme. Intanto si continua ad aggiungere pressione. Questo Governo ha scelto, in questi anni, una politica penale fortemente orientata alla sicurezza e all'inasprimento della risposta punitiva. Il decreto-legge n. 48 del 2025, poi convertito nella legge n. 80 del 2025, ha introdotto nuove fattispecie di reato e aggravato diverse risposte sanzionatorie, intervenendo anche sull'ordinamento penitenziario. Già il pacchetto sicurezza del 2023 prevedeva nuovi reati e aumenti di pena, compresa la nuova fattispecie relativa alla rivolta negli istituti penitenziari.

Ogni volta che si decide di aggiungere una pena detentiva bisogna anche chiedersi dove quella pena verrà eseguita. Perché il carcere non è un concetto astratto. È un edificio. E quell'edificio oggi è pieno. È in questo contesto che è arrivata la nuova legge sulla detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti, la legge 5 agosto 2026, n. 140, entrata in vigore il 21 agosto. La norma consente, in presenza dei requisiti previsti, l'accesso alla detenzione domiciliare presso strutture terapeutiche o, in determinate condizioni, presso un luogo idoneo diverso dalle strutture residenziali, per condanne fino a otto anni, con un limite di quattro anni in alcune ipotesi relative ai reati di cui all'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario. Nordio ha parlato di una misura destinata a consentire l'uscita dal carcere di almeno 10mila persone. Ma qui arriva il problema. Le premesse finanziarie e organizzative non sono rassicuranti. Per il 2026 la copertura indicata dal Ministero riguarda circa 500 persone; lo stesso Ministero ha spiegato che l'obiettivo dei 10mila va inteso in una prospettiva pluriennale.

E poi ci sono le comunità. Se i posti non ci sono, la misura rischia di restare sulla carta. Se le comunità sono piene, il detenuto rimane in carcere. Se mancano risorse, personale e strutture, non basta approvare una legge per trasformare una porta blindata in una porta aperta. È qui che il provvedimento rischia di rivelarsi un'occasione mancata: non perché l'idea di curare la dipendenza invece di limitarsi a punirla sia sbagliata, ma perché una buona idea, senza strutture sufficienti, rischia di diventare soltanto un'altra promessa.

E intanto nelle celle si continua a vivere. Si continua a morire. Si continua ad aspettare una visita medica. Si continua a stare in pochi metri quadrati. Si continua a convivere con la sofferenza psichica. Si continua a dormire in istituti che, in alcuni casi, hanno più del doppio delle persone che potrebbero ragionevolmente ospitare.

L'articolo 27 della Costituzione non dice che la pena deve essere piacevole. Dice che deve essere umana e che deve tendere alla rieducazione. È una differenza enorme. Perché la sofferenza non è la pena. La pena è la reclusione. Tutto ciò che viene aggiunto senza essere necessario all'esecuzione della pena — l'abbandono sanitario, il sovraffollamento intollerabile, la degradazione, l'umiliazione — non rende la giustizia più giusta. La rende soltanto più crudele.

E allora forse, prima di scrivere «buttate via la chiave» sotto l'ennesimo articolo sul carcere, sarebbe sufficiente fermarsi un momento. Pensare che dietro quella porta c'è una persona. Pensare che potrebbe essere innocente. Pensare che potrebbe essere malata. Pensare che potrebbe avere una madre, un padre, un figlio che la aspettano. Pensare, soprattutto, che lo Stato che oggi tratta con disprezzo la persona detenuta sarà lo stesso Stato chiamato domani a garantire i nostri diritti e quelli dei nostri figli.

Perché in carcere, davvero, potremmo finirci tutti! (*Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale)