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20/01/2026 ore 17.11
Lettere e Opinioni

Referendum, i manifesti dell’Anm e il No: una campagna che non dice la verità

Il Comitato “Giusto Dire No” nasce nell’Anm e diffonde argomenti smentiti dal testo della riforma

di Antonio Sanvito (avvocato, direttore "(in)Giustizia, parola alla difesa")

Si è scritto molto, nelle ultime settimane, sui manifesti, di grandi dimensioni (6×3), che campeggiano in numerose città italiane, fatti affiggere dal comitato denominato “Giusto Dire NO”.

È importante chiarire, in via preliminare, la natura e la genesi di tale comitato. Dalle informazioni reperibili attraverso il sito ufficiale emerge che esso nasce su iniziativa dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), presso la cui sede è collocato, con la denominazione di “Comitato Nazionale a difesa della Costituzione per il NO nel referendum avente ad oggetto il disegno di legge costituzionale recante ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’”.

Lo statuto del Comitato prevede, all’art. 1, che esso operi per “dare attuazione alle direttive generali fissate dal Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati (CDC) e che collabori con le Commissioni istituite dal CDC, ed in particolare con la Commissione Riforme, la Commissione Comunicazione e la Commissione GES”.

Non meno significativo è il profilo soggettivo. Il Direttivo del Comitato è composto dal Presidente esecutivo, dalla Vicepresidente vicaria, dal Vicepresidente, nonché Segretario, e dalla Tesoriera: tutti magistrati che ricoprono o hanno ricoperto ruoli all’interno dell’ANM.

Questa necessaria premessa consente di comprendere il contesto dal quale muove la campagna referendaria del no e rende ancor più difficile comprendere le ragioni di affermazioni manifestamente infondate, diffuse attraverso tale iniziativa.

Il messaggio che si vorrebbe veicolare è: “Non vogliamo giudici che dipendono dalla politica” e “non vogliamo che la politica controlli le decisioni dei magistrati”. Affermazioni che, in astratto, si condividono.

Occorre però interrogarsi: perché una campagna così aggressiva contro la riforma? Perché un impegno economico così rilevante da parte dell’ANM? Perché l’ANM diffonde argomentazioni che non trovano riscontro nel testo della riforma costituzionale?

È, infatti, evidente che la contrarietà manifestata non può riguardare una, anche solo ipotetica, subordinazione della magistratura al potere politico. La legge costituzionale in esame non incide sull’autonomia e sull’indipendenza dell’ordine giudiziario, che non viene in alcun modo assoggettato, né direttamente né indirettamente, alla politica o all’organo esecutivo.

Rimane, allora, ciò che costituisce il nucleo effettivo della riforma: il Consiglio Superiore della Magistratura - destinato ad essere sdoppiato in due distinti organi: uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente – ed il sorteggio dei suoi componenti.

Una scelta che, pur mantenendo inalterate le percentuali di composizione tra magistrati e membri laici, andrà ad incidere su assetti consolidati e che, inevitabilmente, porrà fine a quelle dinamiche opache che lo stesso Palamara ha ampiamente descritto.

Ai quesiti sopra formulati se ne aggiunge un altro, tutt’altro che marginale: la gran parte dei magistrati aderisce all’ANM, ma non tutti sono contrari alla riforma; anzi, esiste una componente significativa di dissenso. Mi chiedo, allora, a che titolo l’ANM parli, decida e spenda a nome di tutti e perché, prima di giungere a una simile presa di posizione, non vi sia stata una preventiva, democratica, discussione interna ampia, trasparente e realmente partecipata.

Ritenevo, oramai da tempo, importante il controllo del CSM, così come oggi strutturato, ma non immaginavo che esso fosse percepito come così determinante, né che la sottrazione della giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati - attribuita dalla riforma alla istituenda Alta Corte disciplinare - potesse suscitare reazioni di tale intensità.

Con un mio precedente intervento avevo auspicato una discussione franca e libera da pregiudizi, tra chi sostiene la riforma e chi, invece, ritiene che il processo penale di matrice accusatoria non debba essere pienamente realizzato. Purtroppo, si continua a eludere il confronto sul merito, insistendo su argomentazioni che non trovano fondamento nel testo normativo e che finiscono per alimentare una narrazione fuorviante.