Le fusioni tra Comuni meglio delle Unioni
«Le Unioni si aggiungerebbero ai numerosi Enti locali esistenti con inevitabile aumento delle spese correnti e dei costi della politica»
Una delle regioni più povere d’Italia con meno di 2 milioni di abitanti, quattro Province, una città metropolitana e 404 comuni, l’ottanta per cento dei quali con meno di 5.000 abitanti, di questi più di 100 con meno di 2.000 e quasi 100 con meno di 1.000 abitanti, non può permettersi il lusso di avere altri Enti locali.
Mentre le fusioni tra Comuni ne riducono il numero, realizzano notevoli economie di spesa e possono promuovere le condizioni di una razionale programmazione del territorio, degli investimenti e dei servizi, le Unioni si aggiungono ai numerosi Enti locali esistenti con inevitabile aumento delle spese correnti e dei costi della politica.
Lo statuto dell’Unione dei comuni di Cosenza, Rende, Castrolibero e Montalto elaborato dal comune di Rende rivela che il nuovo Ente sarà governato da un presidente, quattro assessori e dodici consiglieri, ovviamente con relative spese a carico del contribuente.
E siccome al male segue quasi sempre il peggio, non è da escludere che all’Unione dei quattro comuni se ne aggiungano altre. Se così sarà si dovrà ampliare ulteriormente il numero dei decisori, ciascuna di esse dovrà dotarsi di nuove strutture e dipendenti comandati dagli Enti che ne faranno parte (com’è noto con organici sofferenti) o fare ricorso a nuove assunzioni che saranno effettuate in giorni futuri, incerti e comunque lontani. La spesa rischia di essere fuori controllo come già avvenuto in passato.
Ed in effetti le Unioni dei comuni realizzate in provincia di Cosenza hanno prodotto considerevoli spese e zero risultati. Ne costituisce prova inoppugnabile il fallimento registrato diversi anni fa da Pandosia, Arberia, Unione dei Casali, Brettia, Unione Terre del Savuto e Unione dei Comuni Alto Ionio.
Non è plausibile, pertanto, riproporle in quanto il loro cammino potrebbe condurre verso il dissesto finanziario specialmente quei comuni che ne sono usciti da poco o stanno per uscirne.
In Calabria, invece, hanno avuto successo le fusioni realizzate in passato. Ne sono esempio Lamezia Terme (sede dell’aeroporto internazionale) nata dalla fusione di Sambiase, Nicastro e Sant’Eufemia e, di recente, Corigliano Rossano (74.421 abitanti, terza città della Calabria) e Casali del Manco.
Non è riuscita purtroppo la fusione di Cosenza Rende e Castrolibero probabilmente perché apparsa come un’imposizione calata dall’alto, tant’è che in pochi hanno votato al Referendum (24.968 su 95.965) pari ad appena il 26% degli aventi diritto.
Proprio per evitare il prevedibile disinteresse dei cittadini e favorire l’iniziativa dal basso, in data 18.07.2018 insieme all’associazione “Io partecipiamo” e al movimento civico “Savuto Unito” avevamo avanzato in sede di audizione presso la prima Commissione della Regione alcune proposte di modifiche alla legislazione regionale che disciplinava le fusioni tra comuni ma non se ne fece nulla.
Di recente le abbiamo rilanciate con una lettera aperta inviata alla Commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale. In essa si chiede l’attribuzione della facoltà di iniziare il procedimento di fusione al 15% degli elettori di ciascuno dei comuni interessati mediante una richiesta motivata di referendum consultivo al Presidente della Regione nei casi di inerzia dei consigli comunali; l’assegnazione di contributi straordinari quinquennali, aggiuntivi di quelli statali, ai nuovi Comuni nati da fusione e la riduzione del 30% dell’addizionale regionale, per i primi 5 anni, ai cittadini in essi residenti. Restiamo in attesa di essere auditi.
*Piero Minutolo, presidente ass. “Io partecipiamo” e già sindaco di Cosenza