L’insofferenza del potere e la forma che si fa sostanza: il caso dello Statuto calabrese nel contesto (politico) nazionale
L'analisi dopo il via libera alla consultazione: «La democrazia costituzionale vive di limiti e contrappesi. La Calabria ripristini la Consulta statutaria di garanzia»
Mi scuseranno il lettore e la lettrice se scelgo di non entrare nel merito della recente decisione dell’Ufficio centrale regionale per il referendum, che ha dato il via libera alla consultazione sulla riforma dello Statuto della Regione Calabria. Una precisazione, però, è necessaria: non siamo davanti a un referendum confermativo. In materia di revisione statutaria è più corretto parlare di referendum oppositivo. Il corpo elettorale non è chiamato a ratificare il potere, ma eventualmente a fermarlo. La differenza non è nominalistica: dice molto del rapporto tra regole, maggioranza e partecipazione popolare. Il potere non si ratifica, non si avalla, non si conferma, secondo una torsione plebiscitaria sempre più spesso ricercata da chi governa.
Il punto di questo nostro intervento è un altro, nel senso che non riguarda tanto la scelta politica di introdurre la figura dei sottosegretari regionali o di ampliare la composizione della Giunta (oggetto della riforma statutaria calabrese). Una simile opzione può piacere o non piacere, può essere ritenuta opportuna o inopportuna, ma rientra certamente nello spazio della discrezionalità politica. Ciò che lascia sconcertati è il modo in cui questa scelta è stata condotta, difesa e che si è cercato in tutti i modi di sottrarre al confronto. È qui che la vicenda assume un rilievo più profondo, costituzionalmente significativo: non per il contenuto della riforma in sé, ma per l’idea di potere che essa rivela.
Per i giuristi la forma è sostanza. Non è una formula ornamentale, né un orpello per addetti ai lavori. La forma è il luogo in cui il potere accetta di riconoscere i propri limiti. Le procedure, le garanzie, i quorum, i controlli, gli spazi di partecipazione non sono ostacoli burocratici frapposti all’efficienza della decisione politica. Sono, al contrario, la condizione che rende quella decisione legittima. Una maggioranza può governare. Ma non può trasformare la propria forza numerica in un titolo generale a fare ciò che vuole.
La vicenda calabrese colpisce proprio per questo. Ci troviamo davanti a un potere politico che, una volta istituzionalizzato, sembra rivendicare per sé un’autosufficienza quasi assoluta. Poiché dispone dei numeri, ritiene di poter decidere; poiché decide, ritiene di poter ridurre gli strumenti attraverso cui quella decisione può essere contestata; poiché modifica le regole, pretende persino di stabilire che proprio quella modifica non sia sottoponibile al giudizio oppositivo del corpo elettorale. Il cortocircuito è evidente, e si consuma in poche settimane: prima si restringe per legge la normativa statutaria che può essere sottoposta a referendum, poi si interviene con una riforma dello Statuto, infine si prova a sottrarre quella stessa riforma alla richiesta di referendum.
È una dinamica che sfiora il paradosso: il potere scrive la regola, limita il controllo sulla regola e, infine, si stupisce che qualcuno richiami i limiti al potere. Sembra un racconto di Thomas Bernhard. Ma dietro il paradosso c’è qualcosa di più serio. C’è la spavalderia di una maggioranza che considera ogni contrappeso come un fastidio, ogni garanzia come un intralcio, ogni passaggio di verifica come una diminuzione della propria sovranità politica.
Eppure, in uno Stato costituzionale, la maggioranza non coincide mai con la totalità dell’ordinamento. La democrazia costituzionale non è il governo illimitato di chi vince le elezioni. È il governo della maggioranza dentro un sistema di limiti, diritti, procedure e contropoteri. Tocqueville lo aveva intuito già nell’Ottocento: il potere della maggioranza può trasformarsi in tirannide della maggioranza. La legittimazione elettorale è indispensabile, ma non esaurisce la legittimità costituzionale. Chi governa non riceve un mandato in bianco: riceve un mandato politicamente forte, ma giuridicamente incardinato entro forme che non può piegare a proprio piacimento.
Se allarghiamo lo sguardo al contesto nazionale, il quadro non appare più rassicurante. Da tempo il dibattito pubblico è attraversato da una crescente insofferenza verso tutto ciò che rallenta, condiziona o limita la decisione della maggioranza. Si discute di riforme elettorali orientate a rafforzare artificialmente il vincitore, attraverso premi capaci di incidere, nei fatti, sul peso politico del voto. Infatti, il premio di maggioranza attribuisce un peso ulteriore alla coalizione vincente e riduce, sul piano della rappresentanza, l’incidenza dei voti destinati alle forze sconfitte. L’obiettivo dichiarato è la stabilità; quello sottinteso, spesso, è governare senza l’ansia del confronto. Ma la stabilità, quando diventa autosufficienza del potere, smette di essere un interesse costituzionalmente rilevante e diventa una tecnica di marginalizzazione del dissenso.
La stessa logica, proiettata in avanti, potrebbe incidere persino sulle garanzie più alte dell’ordinamento. Si pensi all’elezione del Capo dello Stato, che la Costituzione costruisce non come atto di pura maggioranza, ma come momento di larga convergenza istituzionale, almeno nelle sue intenzioni più profonde. Se il principio diventa quello per cui chi ha i numeri deve poter decidere tutto, senza cercare mediazioni e senza riconoscere dignità alle minoranze, allora anche le figure di garanzia rischiano di essere risucchiate nella logica proprietaria della maggioranza di turno.
Non meno preoccupante è il rapporto tra politica e giurisdizione costituzionale. La Corte costituzionale, negli ultimi anni, ha rivolto più volte moniti al Parlamento, chiedendo interventi normativi su materie delicate e costituzionalmente sensibili. Troppo spesso quei moniti sono stati trattati come fastidiose interferenze, non come sollecitazioni istituzionali provenienti dall’organo chiamato a garantire la superiorità della Costituzione. Il caso del fine vita, sospeso in una lunga inerzia legislativa dal 2018, è emblematico: quando il legislatore sceglie di non decidere, non esercita neutralità, ma produce effetti. Anche l’inerzia è una forma di potere.
Il medesimo atteggiamento si intravvede nel rapporto con il diritto internazionale e sovranazionale, spesso evocato come vincolo solo quando conviene e liquidato come limite relativo quando impone obblighi sgraditi. Anche qui il problema non è la discussione, sempre legittima, sull’estensione dei vincoli esterni. Il problema è la postura: l’idea che ogni limite sia sopportabile solo finché non impedisce alla decisione politica di affermarsi senza ostacoli.
È questa insofferenza, questa vera e propria idiosincrasia verso controlli e contropoteri, a rappresentare il dato politico più allarmante. Il costituzionalismo nasce per diffidare del potere, non perché il potere sia da considerarsi naturaliter illegittimo, ma perché ogni potere, anche quello democraticamente eletto, tende fisiologicamente a espandersi. Per questo le Costituzioni non si limitano a organizzare il comando: lo dividono, lo procedimentalizzano, lo sottopongono a verifica, lo rendono contestabile. Non è un caso che il procedimento di modifica statutaria sia previsto in Costituzione: anche l’autonomia regionale vive dentro una forma, e quella forma serve a impedire che il potere delle autonomie si faccia assoluto. La garanzia non è sfiducia verso la democrazia; è la sua forma adulta.
Tornando alle vicende calabresi, allora, la domanda è semplice: si vuole davvero mettere mano allo Statuto regionale in modo serio? Se la risposta fosse sì, occorrerebbe partire non dall’allargamento degli spazi di governo, ma dal rafforzamento degli spazi di garanzia. Una proposta concreta esiste: reintrodurre la Consulta statutaria di garanzia, già prevista in passato (2004, ma mai istituita) e poi abrogata (nel gennaio del 2010). Parliamo di un organo indipendente capace di esercitare un controllo preventivo di conformità statutaria sugli atti del Consiglio e della Giunta.
Un simile organismo non paralizzerebbe l’azione politica. Al contrario, contribuirebbe a renderla più solida, più trasparente, meno esposta al sospetto di arbitrarietà. Chi è convinto della bontà delle proprie scelte non dovrebbe temere il controllo; dovrebbe cercarlo. Perché il controllo non sottrae potere alla democrazia, ma sottrae arbitrarietà al potere.
Di questi tempi, chiedere che la politica accetti di essere limitata può sembrare quasi ingenuo. Ma il costituzionalismo serve esattamente a questo: ricordare che il potere non è mai tanto pericoloso come quando si percepisce innocente solo perché maggioritario. E che la forma, quando custodisce il limite, non è mai un dettaglio. È sostanza democratica.
*costituzionalista - Università della Calabria