Violenza al Pronto soccorso di Cosenza, l’Ordine dei Medici: «Garantire sicurezza al personale sanitario»
La presidente Agata Mollica commenta l’aggressione a un medico dell’Annunziata avvenuta qualche giorno fa: «Così si colpisce la comunità intera»
L’aggressione avvenuta nei giorni scorsi al Pronto soccorso dell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza riaccende i riflettori sulla sicurezza degli operatori sanitari. Un medico, impegnato nel proprio turno di servizio, è stato aggredito all’interno della struttura, riportando un trauma cranico. Un episodio che si inserisce in una sequenza di violenze che negli ultimi anni ha interessato sempre più spesso medici, infermieri e operatori socio-sanitari.
Di fronte a quanto accaduto, l’Ordine dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri di Cosenza ribadisce la propria solidarietà e vicinanza a tutti i professionisti vittime di aggressioni, sottolineando però come questo gesto non possa ridursi a una semplice formalità istituzionale. Dietro la presa di posizione dell’Ordine, infatti, ci sono «amarezza e consapevolezza» per la crescente difficoltà di trovare modalità di comunicazione efficaci e costruttive nelle situazioni di maggiore criticità.
«Colpire chi cura è colpire la Comunità che ha diritto alla cura»
Una frase che riassume una questione ormai non più rinviabile. Chi lavora in sanità, e in particolare nei servizi di emergenza-urgenza, deve poter svolgere la propria funzione in condizioni di sicurezza. Il medico è chiamato quotidianamente a prendere decisioni delicate, individuare i percorsi diagnostici e terapeutici più appropriati e confrontarsi con situazioni complesse, spesso sotto pressione e con tempi molto limitati. In questo contesto, la sicurezza non può essere considerata un elemento secondario. Deve diventare parte integrante dell’organizzazione sanitaria.
Protocolli e collaborazione con le istituzioni
L’Ordine dei Medici evidenzia come negli ultimi mesi sia stato avviato un percorso di collaborazione con la Prefettura, le Forze dell’Ordine, l’Azienda sanitaria e l’Azienda ospedaliera di Cosenza.
L’obiettivo è rimodulare i protocolli operativi per migliorare le condizioni di sicurezza del personale sanitario, ridurre i tempi di intervento e garantire una risposta più efficace nelle situazioni che possono mettere a rischio l’incolumità di operatori, pazienti e cittadini. Un lavoro che, alla luce dell’ennesimo episodio di violenza, assume un significato ancora più urgente. Ma secondo l’Ordine non bastano protocolli, sistemi di sicurezza e interventi delle forze dell’ordine. La risposta deve essere anche culturale. La violenza nei luoghi di cura, infatti, non è soltanto un problema della sanità. Coinvolge l’intera società.
Cittadini, operatori sanitari, istituzioni, sistema educativo e società civile sono chiamati a fare la propria parte per ricostruire un rapporto basato sulla fiducia e sul rispetto. L’Ordine richiama anche il clima di sfiducia che emerge frequentemente dal dibattito sui social, dove la contrapposizione e l’esasperazione possono contribuire ad alimentare tensioni che, in determinate circostanze, sfociano in comportamenti violenti.
Per questo non è più sufficiente affidarsi agli annunci. Servono impegno, responsabilità e interventi concreti. Le norme che hanno rafforzato gli strumenti di contrasto alla violenza nei confronti degli operatori sanitari, compresa la possibilità della flagranza differita, rappresentano un tassello importante, ma non possono essere l’unica risposta.
Una cultura della non violenza
La prevenzione deve passare anche dalla promozione di una cultura della pace e della non violenza.
In questa direzione si inserisce l’impegno della FNOMCeO e la collaborazione con l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, attraverso l’analisi dei singoli episodi e delle condizioni ambientali nelle quali si verificano. L’obiettivo è individuare strumenti concreti per mettere in sicurezza gli ambienti di lavoro e il personale.
L’aggressione al Pronto soccorso di Cosenza diventa così un nuovo, doloroso richiamo alla necessità di intervenire. Perché proteggere chi lavora negli ospedali significa proteggere anche chi, ogni giorno, entra in quelle strutture per chiedere aiuto.