San Giovanni in Fiore guarda a Longobucco e chiede all’Asp il braccialetto cardiaco per i più fragili
L’associazione “Antigone – Siamo tutti Serafino” sollecita l’ASP di Cosenza ad attivare anche nel territorio silano il servizio già sperimentato a Longobucco
Il modello sperimentato a Longobucco diventa ora un riferimento concreto per il territorio silano. A San Giovanni in Fiore si apre infatti una nuova iniziativa sul fronte della sanità di prossimità, con una richiesta formale indirizzata all’ASP di Cosenza per l’attivazione del servizio di telemedicina attraverso il cosiddetto “braccialetto cardiaco”.
A promuovere l’istanza è l’associazione Antigone – Siamo tutti Serafino, che punta a replicare sul territorio un sistema già testato con esiti incoraggianti. Il dispositivo consente il monitoraggio continuo dell’attività cardiaca, con la trasmissione in tempo reale dei dati ai centri sanitari, riducendo i margini di rischio soprattutto per i pazienti più fragili.
La proposta si inserisce in un contesto territoriale che da anni sconta criticità strutturali nell’accesso ai servizi sanitari, tra distanze geografiche, carenze di personale e difficoltà logistiche. In questo quadro, la telemedicina viene letta come una leva operativa, non più sperimentale ma potenzialmente strutturale, capace di integrare l’assistenza tradizionale e alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere.
Il braccialetto cardiaco rappresenta, in questo senso, uno strumento di prevenzione attiva. Il monitoraggio costante consente di intercettare precocemente anomalie e di attivare interventi tempestivi, evitando complicazioni che spesso sfociano in emergenze. Una dinamica che, se estesa su scala territoriale, può incidere sia sulla qualità della vita dei pazienti sia sull’efficienza complessiva del sistema sanitario.
La richiesta avanzata dall’associazione è ora al vaglio dell’ASP di Cosenza, chiamata a valutare fattibilità, sostenibilità e modalità di implementazione del servizio.
Il precedente di Longobucco costituisce un banco di prova significativo, ma il passaggio da esperienza pilota a diffusione territoriale implica scelte organizzative e investimenti mirati. In gioco non c’è soltanto l’introduzione di un dispositivo tecnologico, ma un cambio di paradigma nella gestione della salute: dalla cura reattiva alla sorveglianza preventiva, dalla centralità dell’ospedale a una rete più capillare e connessa.
Se accolta, la proposta segnerebbe un passo concreto verso una sanità più accessibile e aderente alle esigenze dei cittadini delle aree interne, dove la distanza dai presìdi ospedalieri resta uno dei principali fattori di rischio.