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09/02/2026 ore 06.30
Società

Rende vive per l’università, ma gli affitti spingono studenti e famiglie lontano

Tra Quattromiglia e Arcavacata i canoni raddoppiano in pochi anni: una stanza pesa come uno stipendio e il vantaggio di studiare al Sud si assottiglia

di Ernesto Mastroianni

Lungo il crinale urbano che da Quattromiglia conduce ad Arcavacata, l’economia non si percepisce nelle vetrine, ma negli appartamenti. Siamo a febbraio, presto ripartirà la campagna affitti che vede coinvolti, ogni anno, centinaia e centinaia di studenti. L’Università della Calabria, con la sua cittadella lineare sospesa tra le colline, ha prodotto negli anni un fenomeno singolare: una città che non vive dell’ateneo, ma vive per l’ateneo. L’alloggio, in questo tratto di Rende, è diventato la principale infrastruttura economica.

Negli ultimi anni il mercato degli affitti ha conosciuto un incremento costante. Non si tratta di cifre metropolitane, e proprio per questo il fenomeno rimane ai margini delle cronache nazionali. Tuttavia, rapportato ai redditi locali, il peso cambia radicalmente. Una stanza singola può arrivare a incidere quanto un piccolo stipendio part-time, un bilocale supera soglie che fino a poco tempo fa appartenevano agli appartamenti familiari.

L’aumento non è improvviso, bensì progressivo, quasi silenzioso. Ed è proprio questa gradualità ad averlo reso inevitabile. Fino a 5 anni fa una stanza singola a Quattromiglia costava 210 euro, oggi una singola arriva a costare 400 euro. La spiegazione immediata — troppi studenti — è solo parziale. L’università dispone di residenze interne e di migliaia di posti alloggio.

A prima vista dovrebbe bastare a contenere il mercato privato. Tuttavia, gli alloggi universitari assorbono chi ha redditi più bassi. Il mercato privato resta alla fascia intermedia, la più ampia e anche la più affidabile per i proprietari. Così il prezzo non nasce più dalla contrattazione ma dalla scelta dell’inquilino. La maggior parte delle case non appartiene a società immobiliari né a investitori esterni, ma a famiglie locali: pensionati, dipendenti, piccoli risparmiatori che hanno acquistato o ereditato un appartamento negli anni dell’espansione universitaria. Il canone non è sempre un guadagno: spesso è un adeguamento. Quando nello stesso palazzo si affitta a una cifra più alta, mantenere un prezzo inferiore significa svalutare il proprio bene. L’aumento diventa difensivo. Il mercato cresce per imitazione. Cinque minuti a piedi possono valere centinaia di euro al mese. L’università ha sostituito il centro urbano: la geografia economica coincide con quella accademica. Il problema più serio, però, riguarda ciò che accade fuori da questo equilibrio.

La fascia intermedia - studenti senza requisiti per le residenze e famiglie normali - è quella che paga davvero. Non abbastanza fragile per ricevere sostegni, non abbastanza forte per assorbire i prezzi. È una condizione sempre più diffusa: possedere una casa altrove e, allo stesso tempo, non potersi permettere l’università sotto casa. Ed è qui che la questione locale diventa meridionale. Con canoni economici ormai vicini — talvolta sorprendentemente simili — a quelli di città universitarie come Pisa, il vantaggio competitivo dello studiare al Sud si assottiglia fino quasi a scomparire. Se la spesa abitativa è comparabile ma le opportunità lavorative restano inferiori, la scelta razionale torna a essere la partenza. L’aumento degli affitti non allontana solo studenti poveri: scoraggia proprio quella fascia che potrebbe restare, laurearsi e radicarsi sul territorio. Rende rischia così un paradosso: una città costruita intorno all’università che contribuisce, indirettamente, alla fuga dei suoi futuri laureati.

Nel frattempo la vita urbana continua a seguire il calendario accademico: i quartieri si svuotano in estate e si riempiono a settembre, i bar aprono prima degli esami e chiudono dopo le sessioni. Non esiste un colpevole evidente — studenti, proprietari, ateneo agiscono tutti secondo logiche comprensibili — ma l’effetto complessivo è chiaro: la prossimità al sapere è diventata un costo selettivo. L’invito ai proprietari, allora, è alla misura prima ancora che alla rinuncia: comprendere che una crescita continua dei canoni, svincolata dalla realtà economica del territorio, finisce per erodere lo stesso bacino da cui trae sostentamento. Perché se abitare a Rende costa quanto — o quasi quanto — studiare in città universitarie storicamente più attrattive, lo studente non sceglierà più la prossimità geografica, ma l’orizzonte delle opportunità. Il rischio non è immediato, ma progressivo: meno matricole locali, più partenze definitive, appartamenti vuoti nei mesi invernali, contratti sempre più brevi e instabili. La rendita, oggi difesa con piccoli rialzi successivi, potrebbe domani ritrovarsi senza domanda stabile.