Sezioni
14/06/2026 ore 11.41
Società

Baby gang e violenza giovanile, Renzo: «Serve aprire il caso educativo»

La pedagogista interviene sul disagio adolescenziale: «Famiglie, scuola e istituzioni devono tornare a fissare limiti»

di Redazione

Il fenomeno delle baby gang non può più essere letto come una devianza lontana o confinata alle grandi città. Secondo la pedagogista Teresa Pia Renzo, anche i territori più piccoli devono interrogarsi sulla radice educativa della violenza giovanile, perché il bisogno di appartenenza al branco, la ricerca di riconoscimento attraverso la paura e l’aggressività raccontano un vuoto che nasce molto prima della strada.

La riflessione arriva da Corigliano-Rossano, dove Renzo interviene nel dibattito nazionale sul desiderio di molti adolescenti di avvicinarsi alle baby gang per sentirsi accettati. Un tema che, secondo la professionista, parla anche alla Calabria del Nord-Est e alla Sibaritide, attraversata negli ultimi tempi da episodi che impongono una riflessione più ampia sul rapporto tra educazione, famiglie, scuola, social e comunità.

Il dato nazionale parla anche alla Calabria

Per Teresa Pia Renzo, non dovrebbe più fare scalpore il ragazzo che cerca nel branco una propria identità, nella violenza un riconoscimento e nella paura degli altri la misura del proprio valore. A colpire, semmai, dovrebbe essere la sorpresa degli adulti davanti a fenomeni che sono cresciuti sotto gli occhi di tutti.

Secondo la pedagogista, se un adolescente arriva a pensare che affiliarsi a una baby gang significhi finalmente essere qualcuno, il problema non nasce in strada, ma molto prima: nelle case, nelle scuole, nei vuoti educativi, nei social lasciati senza controllo e in una società che ha progressivamente sostituito il rispetto con la prepotenza.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la repressione dei comportamenti violenti, ma la capacità della comunità adulta di riconoscere i segnali iniziali e intervenire prima che il disagio diventi linguaggio dominante.

Da Napoli a Terranova da Sibari, la radice della violenza

Renzo collega il tema delle baby gang a una più ampia grammatica della sopraffazione. Il riferimento è anche al caso di Terranova da Sibari, dove una giovane donna è stata brutalmente aggredita dopo un rifiuto.

Per la pedagogista, baby gang, bullismo, violenza di genere e aggressività giovanile non sono mondi separati. Sono manifestazioni diverse di una stessa distorsione: l’altro non viene più riconosciuto come persona, ma come ostacolo, oggetto, proprietà o bersaglio.

Il meccanismo è sempre lo stesso: se qualcuno dà fastidio, viene colpito; se non obbedisce, viene punito; se rifiuta, deve essere annullato. È questa, secondo Renzo, la lingua più pericolosa che molti ragazzi stanno imparando.

Il branco come falsa famiglia

Entrare in una baby gang significa spesso cercare appartenenza, protezione e identità. Ma quella identità viene costruita sulla prova di forza. Il ragazzo deve dimostrare di valere attraverso un gesto: danneggiare, minacciare, colpire, umiliare, sfidare.

In questo modo il gruppo diventa una falsa famiglia, un rifugio deformato nel quale la fragilità viene mascherata con l’aggressività. Per Renzo, non si entra nel branco perché si è forti. Spesso si entra perché ci si sente nessuno e si cerca qualcuno che certifichi la propria esistenza.

È qui che il fenomeno rivela la sua dimensione educativa più profonda. La violenza non è soltanto una condotta da punire, ma anche il sintomo di un’identità fragile, costruita senza regole solide, senza adulti credibili e senza una comunità capace di indicare limiti.

Social e algoritmi senza guida adulta

Nel ragionamento della pedagogista, un ruolo rilevante è occupato anche dall’esposizione continua ai contenuti digitali. Non solo Instagram, TikTok o WhatsApp, ma anche YouTube, video, tutorial, scene violente, modelli deviati, linguaggi aggressivi e contenuti che trasformano la prepotenza in spettacolo.

Quando un ragazzo cresce dentro un ambiente digitale senza adulti capaci di filtrare, spiegare e limitare, finisce per assorbire modelli nei quali il rispetto non si conquista con educazione e responsabilità, ma con paura, forza e dominio.

Per Renzo, l’educazione è stata troppo spesso lasciata all’algoritmo. E quando questo accade, il rischio è che i ragazzi imparino più dalla spettacolarizzazione della violenza che dalla presenza reale degli adulti.

Il fallimento educativo comincia quando il limite scompare

Il punto più scomodo, secondo la pedagogista, riguarda la responsabilità degli adulti. Famiglie che hanno smesso di educare, scuole indebolite, istituzioni lente, norme percepite come inefficaci e comunità che intervengono solo dopo il fatto di cronaca compongono un quadro preoccupante.

Renzo invita a non confondere il disagio con l’alibi, la comprensione con la giustificazione, la fragilità con l’impunità. Molti comportamenti, sostiene, nascono quando il bambino non viene fermato davanti al primo gesto violento, quando il capriccio diventa comando, quando il genitore cede per stanchezza, quando la scuola non riesce più a incidere e quando la regola viene aggirata invece che rispettata.

Il ragazzo che oggi cerca il branco, nella lettura della pedagogista, spesso è stato un bambino al quale nessuno ha insegnato davvero che il limite esiste.

Famiglia, scuola e istituzioni davanti alla responsabilità

Per Teresa Pia Renzo, la risposta non può limitarsi alle parole d’ordine sul disagio giovanile. Serve una presa d’atto più coraggiosa: famiglia, scuola e istituzioni devono riconoscere di aver perso terreno e devono tornare a esercitare un ruolo educativo credibile.

«Siamo ancora all’inizio. Se non cambiano le regole, se non cambia il ruolo degli adulti, se non cambia il modo in cui la società risponde alla violenza, continueremo a produrre ragazzi convinti che per essere rispettati bisogna fare paura», è il senso della riflessione della pedagogista.