Sezioni
11/12/2021 ore 09.20
Societa

Banco alimentare, il grido d'aiuto del direttore Romeo: «Costretti a rimandare indietro i tir con il cibo»

Al Comac di Montalto Uffugo non c'è spazio per accogliere i prodotti che dovrebbero essere distribuiti a chi ha bisogno. L'appello: «Istituzioni e imprenditori non si voltino dall'altra parte, così non possiamo svolgere la nostra missione»
di Mariassunta Veneziano

«Ho qui davanti tanti bei padiglioni tutti chiusi e noi dobbiamo lasciare i prodotti fuori perché non abbiamo spazio». La voce è quella di Gianni Romeo, direttore del Banco alimentare della Calabria; i padiglioni, invece, sono quelli del Comac, il fallito Consorzio mercato agricolo alimentare a Montalto Uffugo, dove il Banco ha la sua sede. Seduto nel suo ufficio, Romeo guarda fuori e si rammarica: di quello spazio di circa 100mila metri quadri, di cui 42mila coperti, lui e il suo gruppo di volontari occupano solo una piccola parte. Eppure quello spazio, per loro, sarebbe “vitale”. Perché fuori, in attesa, ci sono tir carichi di roba da mangiare destinata alle famiglie bisognose che senza lo spazio adatto, però, sono costretti a tornare indietro. O ad andare altrove. «Ed è un peccato – dice Romeo – perché siamo una delle regioni più povere d’Italia».

Il nostro viaggio all’interno del Banco alimentare della Calabria non può che partire da qui, dall’appello che il suo direttore fa a istituzioni e imprenditori a dare una mano concreta, fuori dalla retorica che spesso circonda realtà come questa. «Il Banco non si aiuta con le pacche sulle spalle o con le targhe che ci danno come riconoscimento per quello che facciamo: per noi è meglio avere un capannone perché ci consente di aiutare più gente».

L’organizzazione

Un impegno, questo, che va avanti dal 1996 assieme alla rete nazionale dei Banchi alimentari, che fa capo alla Fondazione Banco alimentare con sede a Milano. Il suo volto più noto è quello della Colletta, che annualmente vede decine di volontari impegnati davanti ai supermercati di tutta Italia e che appena due settimane fa ha consentito di raccogliere in Calabria 140mila chilogrammi di cibo, di cui 66mila solo nella provincia di Cosenza. Ma oltre alla Colletta c’è di più. «Noi lavoriamo per offrire supporto a chi si trova in difficoltà 365 giorni all’anno – racconta Romeo – avendo chiaro un obiettivo: quello di combattere la fame e lo spreco».

Come lavora, dunque, il Banco alimentare? «Attraverso la collaborazione con gli enti che si interessano delle persone bisognose», spiega il direttore. Sono le realtà impegnate nei paesi, nei quartieri, nelle periferie delle città: associazioni, mense per i poveri, comunità di accoglienza, case famiglia. «Attraverso questi enti arriviamo in Calabria a oltre 140mila persone che aiutiamo sistematicamente, cioè con distribuzioni che facciamo almeno una volta al mese. La nostra è una regione dove la povertà è un fatto strutturale ma non ci possiamo rassegnare a questo e cerchiamo di fare la nostra parte».

A Cosenza e provincia, sono 250 le realtà che collaborano con il Banco alimentare, circa 50mila le persone che usufruiscono del loro aiuto. La collaborazione è fondamentale. «Non siamo in contatto diretto con le persone, noi diamo agli enti che poi danno alle persone: ci concepiamo come servizio nei confronti di chi opera sul territorio e conosce bene le situazioni», precisa Romeo.

Per fare questo, il Banco si è dotato di un centro direzionale, a Montalto Uffugo appunto, e di quattro sedi nelle altre province. «Da qui smistiamo tutto e gli enti che collaborano con noi si recano al posto più vicino per ritirare i prodotti», spiega ancora il direttore. Un’impresa sociale a tutti gli effetti, in cui ognuno ha il suo ruolo e il cui cuore pulsante è costituito dai volontari, oltre 50 persone in tutta la Calabria tra pensionati, studenti universitari e i ragazzi del servizio civile.

L’obiettivo: aiutare chi non ce la fa

Con la pandemia, c’è stato un incremento tra il 30 e il 40% di persone in situazioni di bisogno rispetto al passato. Molte, sottolinea Romeo, non avrebbero mai creduto di doversi un giorno rivolgere a centri di aiuto. «Sono le cosiddette nuove povertà. La nostra filosofia è di non lasciare indietro nessuno, con un occhio particolare ai bambini». La pandemia però, ha anche avuto un lato positivo: «È come se avesse risvegliato la voglia di condivisione e solidarietà in tante aziende. Parliamo soprattutto di piccole e medie imprese, per cui ognuno ha dato quello che ha potuto».

Sono le aziende, dunque, il vero “carburante” del Banco alimentare. La raccolta tra la cittadinanza avviene con la Colletta, ma è durante tutto l’anno che si raccolgono prodotti provenienti dalle realtà imprenditoriali del territorio. La Calabria, però, paga lo “scotto” di non avere le grandi piattaforme di distribuzione del Nord e allora la fetta più grossa arriva dal programma Fead (Fondo di aiuti europei agli indigenti), da cui proviene quasi il 90% degli apporti. «C’è una carenza di supermercati in cui andare a ritirare – lamenta Romeo –. In realtà solo con una catena riusciamo a lavorare con ritiri quotidiani: molti imprenditori hanno ancora una mentalità molto chiusa rispetto a realtà come la nostra. Addirittura abbiamo avuto supermercati che hanno detto no alla Colletta». Una fetta importante di prodotti arriva invece dal settore dell’ortofrutta, che in Calabria è presente e ben organizzato. Una piccola parte arriva infine dalla ristorazione e dal ramo dei surgelati. Alle difficoltà derivanti dal non avere grandi catene di distribuzione, però, sopperisce la rete nazionale dei Banchi attraverso l’attività di scambio.

Ma “il troppo è come il niente

«Nel 2020 abbiamo battuto ogni record come distribuzione, abbiamo superato le 7mila tonnellate di prodotti, significa che in un anno abbiamo portato nella nostra regione un valore commerciale che supera abbondantemente i dieci milioni di euro». Ma in questa vitalità descritta dal direttore del Banco alimentare sta, paradossalmente, uno dei suoi problemi maggiori. Quello che spinge oggi Romeo a lanciare il suo appello a istituzioni e imprenditori, a scrivere al prefetto, a chiedere che nessuno si volti dall’altra parte.

«In questi giorni stiamo vivendo una situazione di emergenza in positivo, nel senso che abbiamo tantissime proposte per il ritiro di prodotti, ma ci frena la logistica perché non sappiamo dove metterli». Al Comac, il Banco guidato da Romeo paga un fitto di 4mila euro al mese, ma gli spazi sono ridotti rispetto alle necessità. «Devo dire di no ai tir che arrivano dal Nord. Non è possibile che in giro si sentano tante belle parole e poi quando c’è la possibilità di fare di più non si fa. Si dice sempre che in Calabria siamo pieni di strutture inutilizzate, lasciate al degrado, e noi non riusciamo ad averle a nostra disposizione se non pagando fitti rilevanti che non possiamo permetterci».

Su questo punto Romeo è un fiume in piena: «Qui al Comac abbiamo 42mila metri di capannoni ma li tengono chiusi, preferiscono farli cadere a pezzi piuttosto che dare a noi la possibilità di ospitare anche solo temporaneamente i tir che ci portano i prodotti. Quando abbiamo provato a chiedere ci hanno detto pure che c’è un parametro da rispettare per il pagamento, per cui non si può neanche fare un’offerta. Questa è la Calabria peggiore».

Una situazione che il direttore del Banco definisce «assurda»: «Potremmo aiutare molte più persone o fare di più per quelle che già aiutiamo, però quando chiediamo una mano ci chiedono soldi. La nostra è un’associazione di volontariato, quello che facciamo non lo facciamo per noi ma ricade sulla parte più debole della comunità, quella di cui tutti puntualmente si riempiono la bocca».

Nel 2019 il Banco alimentare ha distribuito in Calabria 3500 tonnellate di cibo, nel 2020 ha raddoppiato. Oggi, dice Romeo, si potrebbe fare ancora di più se ci fossero le condizioni. «Stiamo impazzendo per cercare di non dire di no a chi ci propone prodotti da ritirare, ma siamo messi a dura prova. Stiamo pensando per esempio di non prendere più la frutta ed è un peccato. È impensabile che proprio in uno dei territori più poveri ci sia meno possibilità di aiutare: noi attualmente arriviamo a 140mila persone ma i dati sulla povertà parlano di 300mila famiglie che hanno bisogno. Ci stanno togliendo la possibilità di svolgere la nostra missione».