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07/04/2026 ore 19.00
Società

Calabrò dopo la vittoria del No: «Il Paese sceglie la giustizia delle procure» | VIDEO

L’avvocato penalista del comitato scientifico Camera Penale di Cosenza rilancia con una provocazione: «Abroghiamo la difesa tecnica obbligatoria». E denuncia: «Meglio un innocente dentro che un colpevole fuori...»

di Antonio Alizzi
Francesco Calabrò, avvocato e componente del Comitato Scientifico della Camera Penale di Cosenza

L’esito referendario è ormai consegnato agli archivi: ha vinto il No e il quadro costituzionale – separazione delle carriere compresa – resta invariato. È da qui che l’avvocato penalista Francesco Calabrò, componente del comitato scientifico della Camera Penale di Cosenza, avvia la sua lettura “a freddo”, rivendicando subito il taglio: «A noi avvocati compete un’analisi scientifica e non politica».

«Il Paese non vuole garanzie»: la lettura del voto e la provocazione

Secondo Calabrò, dal voto emerge «il segnale evidente che il Paese non vuole assolutamente le garanzie per gli assistiti» e che prevalgono «speditezza» e «sicurezza» rispetto alla struttura garantista del processo. La sua frase più dura arriva subito dopo, come una provocazione consapevole: «È un Paese che in poche parole sottolinea che è meglio un innocente dentro che un colpevole fuori».

Calabrò lega questa posizione alla mancata spinta sul modello accusatorio, richiamando l’impianto del Codice Vassalli e l’articolo 111: «Parliamo ovviamente dell’articolo 111 della nostra Costituzione», che “vuole” un processo in parità fra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. Per l’avvocato, la scelta referendaria “certifica” che quel modello non è percepito come priorità.

«Giustizia» o «giustizia a tutti i costi»

L’avvocato individua la radice culturale del risultato: «Si confonde la giustizia con la giustizia a tutti i costi». Il punto, dice, è che l’efficienza viene spesso letta come bene assoluto: «L’efficienza, la speditezza, a scapito di quello che invece è un processo serio». E aggiunge un’osservazione che, a suo giudizio, fotografa l’agenda attuale: «oggi si parla per esempio di abolizione dell’appello» per ragioni deflattive, ma «questo ha un costo per la libertà, per i cittadini».

Il post Facebook: «Abroghiamo la difesa tecnica obbligatoria»

Nel cuore dell’intervista entra la provocazione “scritta” che Calabrò ha lanciato subito dopo il voto. Il testo viene letto in trasmissione e resta il passaggio più spigoloso:

«Ora abroghiamo la difesa tecnica obbligatoria nel processo penale, l’imputato deve essere libero di andare a processo senza avvocato con la Costituzione sotto braccio. Ai colleghi che hanno lottato per il sì un invito: cancellatevi dalle liste dei difensori d’ufficio. Io l’ho già fatto da tempo. Solo così il popolo capirà».

Calabrò spiega che il senso non è “contro” l’avvocatura, ma una critica radicale al modo in cui viene percepita la difesa: «Se non si comprende l’importanza della difesa finisci per non comprendere la libertà». E insiste sulla logica conseguenziale: «Per quale motivo lo Stato deve riconoscerti necessariamente un difensore d’ufficio quando tu non vuoi un difensore».

Il PM “parte” e il punto sulla “teoria” delle indagini a favore

Nel ragionamento di Calabrò torna il nodo del ruolo del pubblico ministero nel modello accusatorio. Racconta un episodio: durante la campagna per il No, dice, gli è stato sostenuto che il pm «non è tanto parte», che avrebbe «un volto giurisdizionale». 

Alla domanda se abbia mai visto applicata concretamente la regola secondo cui il PM dovrebbe svolgere indagini anche a favore dell’indagato, risponde in modo netto: «È solo teoria, è rimasta nel codice». E aggiunge un rilievo pratico: «A volte mi è capitato di capire che laddove un procuratore intraveda qualche spazio difensivo, si giri dall’altra parte».

«Non viviamo un giusto processo»: la denuncia sulla cultura inquisitoria

Calabrò allarga poi lo sguardo: «Noi non viviamo un giusto processo, forse non l’abbiamo mai vissuto in Italia». Lo definisce «un obiettivo» e «un’aspirazione», ma denuncia che permane «una cultura inquisitoria». Porta un esempio dalla sua esperienza: «Ho appena terminato un processo dove il collegio giudicante cambia da udienza ad udienza (Acheruntia, ndr)», che per lui contrasta con il principio di «immutabilità del giudice», uno dei corollari del giusto processo.

GIP collegiale e interrogatorio preventivo: «Plaudo alla novella»

Sul fronte delle novità che entreranno in vigore ad agosto, Calabrò si dice favorevole: «Io sono plaudo a questa novella» sul GIP collegiale, perché nelle ordinanze complesse «di maxi processi» tre giudici possono garantire maggiore ponderazione.

Ma pone un avvertimento netto: «Io non posso confondere le garanzie con problemi di organizzazione». E rifiuta l’equazione “mancano risorse, tagliamo garanzie”: «Non abbiamo le risorse, facciamo diminuire le garanzie. No, quelle devono rimanere».

E adesso? «O vero accusatorio o ritorno all’inquisitorio»

In chiusura, la prospettiva è drastica: bisogna capire se il Paese e il sistema vogliono davvero il modello accusatorio o se, nei fatti, si stia andando altrove. Calabrò lo formula così: «Dovremmo fare qualche riflessione se non ritornare al vecchio processo inquisitorio, che poi alla fine ci stiamo ritornando piano piano».

Una conclusione amara, costruita su una tesi centrale: dopo il referendum, la partita sulle garanzie non è chiusa, ma - per Calabrò - rischia di riaprirsi nel verso opposto.