Sezioni
31/01/2026 ore 19.04
Società

Catanzaro, la Camera penale di Cosenza: «Costituzione agitata a senso unico, silenzi su carceri e abusi»

Intervento duro all’inaugurazione dell’anno giudiziario: critica alla protesta dei magistrati e alla campagna contro la separazione delle carriere

di Redazione

Parte dai casi e dalle criticità vissute in provincia di Cosenza l’intervento pronunciato dalla Camera penale di Cosenza all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte di Appello di Catanzaro, tenutasi il 31 gennaio 2026. Un discorso netto, istituzionalmente duro, che ha chiamato in causa il ruolo pubblico della magistratura associata, il tema della separazione delle carriere e i silenzi su alcune delle emergenze più gravi della giustizia.

Nel suo intervento, il presidente Roberto Le Pera ha ricordato quanto accaduto un anno prima, quando alcuni magistrati lasciarono l’aula con la Costituzione in mano e la coccarda tricolore sulle toghe, in segno di protesta contro la riforma. Un gesto che, secondo la Camera penale, ha finito per creare una contrapposizione simbolica tra chi restava in aula e chi si presentava come unico custode dei valori costituzionali.

La critica si è concentrata sull’uso reiterato di simboli e slogan anche nelle aule di udienza, diventati — secondo l’Avvocatura penalista — un «vessillo identificativo di chi sta dalla parte giusta», tollerato senza reazioni istituzionali. Da qui l’amara constatazione: mentre la magistratura agitava la Costituzione contro la riforma, nel corso del 2025 nessuna analoga protesta si è levata su temi come i suicidi in carcere o le ingiuste detenzioni, fenomeni che in Calabria — e in particolare nel distretto cosentino — rappresentano una vera emergenza.

Nel discorso è stato ricordato come proprio la Calabria sia una vergogna nazionale per numero di risarcimenti da ingiusta detenzione, senza che a ciò sia corrisposta una presa di posizione pubblica forte, con la Costituzione in mano, da parte della magistratura. «Tranne noi penalisti dell’Unione delle Camere penali italiane, nessuna pubblica protesta», è stato sottolineato dall’Avvocatura.

La Camera penale di Cosenza ha poi criticato apertamente chi continua a definire le carcerazioni preventive ingiuste come «inevitabili effetti collaterali di una giustizia che funziona», giudicando questa impostazione incompatibile con una visione costituzionale autentica delle garanzie.

Nel mirino anche la più recente campagna comunicativa contro la separazione delle carriere, accusata di utilizzare manifesti e messaggi social fuorvianti, che attribuirebbero falsamente alla riforma l’obiettivo di sottoporre i giudici al controllo della politica. Un approccio definito «davvero scorretto», soprattutto in un contesto segnato da episodi drammatici e strumentalizzazioni mediatiche.

Da qui l’appello diretto ai magistrati, giudicanti e requirenti, a recuperare lealtà istituzionale e comunicativa. La partecipazione a comitati referendari, è stato ribadito, non può tradursi in una rinuncia ai doveri di equilibrio e correttezza che la Costituzione assegna alla magistratura.

L’Avvocatura penalista ha chiarito con forza la propria posizione: «Noi Avvocati penalisti siamo tutti per il SÌ», ma il referendum non è una sfida dell’Avvocatura contro la magistratura né un voto contro l’ANM. Dopo l’eventuale sconfitta del NO, l’associazione dei magistrati continuerà a esistere, tutelata dall’articolo 18 della Costituzione, ma - come ricordato dal presidente emerito della Consulta Augusto Barbera - non potrà più alimentare la correntocrazia nell’unico CSM.

Il cuore dell’intervento è stato però l’allarme sul rischio di delegittimazione della magistratura. Affidarsi al sensazionalismo degli slogan, secondo la Camera penale di Cosenza, significa abdicare al ruolo tecnico e al patrimonio di credibilità che devono caratterizzare l’ordine giudiziario. Una deriva che finirebbe per oscurare il contributo decisivo dato alla democrazia italiana da tanti magistrati, «compreso Giovanni Falcone», ricordato come sostenitore della separazione delle carriere e vittima, a suo tempo, di un trattamento non equo da parte del CSM.