Cerisano, dal rischio spopolamento a modello di rigenerazione. Di Gioia: «Agli altri sindaci dico di non arrendersi»
Il comune a due passi da Cosenza oggi indicato come esempio di rinascita grazie a un progetto che punta su cultura, università, formazione e innovazione. Il primo cittadino: «Un lavoro fatto assieme alla nostra comunità»
Dal rischio dello spopolamento a modello di rigenerazione territoriale. Cerisano è oggi uno dei borghi italiani indicati dal Corriere della Sera come esempio di rinascita, grazie a un progetto che punta su cultura, università, formazione e innovazione per creare nuove opportunità di sviluppo. Un percorso avviato anni fa dall’amministrazione comunale e raccontato fin dall’inizio anche dal network LaC, quando era ancora una sfida tutta da costruire.
Oggi, mentre arrivano i riconoscimenti nazionali, il sindaco Lucio Di Gioia ripercorre le tappe di questa esperienza, illustra i risultati raggiunti e guarda alle prossime sfide: trasformare Cerisano in un luogo capace di attrarre studenti, professionisti e nuove famiglie, contribuendo a invertire la tendenza allo spopolamento delle aree interne. Abbiamo sentito il sindaco.
Il Corriere della Sera indica Cerisano come uno dei pochi borghi italiani capaci di trasformare lo spopolamento in un’opportunità. Quanto è importante questo riconoscimento?
«È una soddisfazione enorme. Questo riconoscimento è il risultato di un lavoro lungo, condiviso e costruito insieme alla nostra comunità. Quando il Corriere della Sera, uno dei più autorevoli quotidiani italiani, sceglie di raccontare Cerisano come esempio di rigenerazione, significa che il percorso intrapreso è stato riconosciuto ben oltre i confini del nostro territorio. È un premio a una visione fondata sulla cultura, sulla formazione, sull’innovazione e sulla capacità di creare opportunità. Per noi non è un punto di arrivo, ma uno stimolo a fare ancora di più. Dimostra che anche un piccolo comune del Sud può diventare un laboratorio di buone pratiche, capace di attrarre persone, competenze e investimenti, trasformando lo spopolamento in un’occasione di rinascita. È un riconoscimento che appartiene all’intera comunità di Cerisano: ai cittadini, alle associazioni, ai giovani e a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto».
Quando avete iniziato questo percorso molti lo consideravano troppo ambizioso. Qual è stata l’intuizione decisiva?
«Ci siamo insediati trovando un Comune in dissesto finanziario, con una macchina amministrativa indebolita, servizi da ricostruire e, soprattutto, senza una prospettiva di sviluppo. La prima sfida è stata restituire fiducia ai cittadini. Abbiamo risanato i conti del Comune, riorganizzato la struttura amministrativa e creato le condizioni per tornare a progettare il futuro. L’intuizione è stata semplice: un piccolo borgo non può competere sulla quantità, ma sulla qualità. Per questo abbiamo investito sulla cultura, sul rapporto con l’università, sulla ricerca e sull’innovazione come strumenti permanenti di sviluppo. Abbiamo immaginato Cerisano come un luogo in cui patrimonio storico e creatività contemporanea dialogano, favorendo l’incontro tra artisti, studenti, ricercatori e professionisti. Oggi i risultati dimostrano che investire sulle persone e sulla conoscenza può davvero cambiare il destino di un territorio».
Cerisano Factory punta a creare una presenza stabile di studenti, ricercatori e professionisti durante tutto l’anno. Quali risultati state registrando?
«Il nostro obiettivo non è organizzare eventi di pochi giorni, ma creare un ecosistema che renda Cerisano vivo tutto l’anno. Master universitari, summer school, Scuola di Politica, residenze d’artista, il corso di Musica Elettronica e Audiovisivi del Conservatorio di Cosenza e numerose attività formative ospitate a Palazzo Sersale stanno trasformando il borgo in un centro permanente di studio, ricerca e produzione culturale. Si tratta di persone che soggiornano a Cerisano per giorni o settimane, vivendo il paese e contribuendo alla sua economia. Le ricadute sono già evidenti: sono nate nuove strutture ricettive, i bed & breakfast hanno ampliato l’offerta e ristoranti, bar e attività commerciali registrano un aumento delle presenze. C’è anche un risultato meno misurabile ma altrettanto importante. Docenti universitari, ricercatori, manager, artisti e rappresentanti delle istituzioni provenienti da tutta Italia conoscono oggi Cerisano e ne diventano ambasciatori. È così che si costruisce la reputazione di un territorio e si creano le condizioni per attrarre nuovi investimenti».
La vera sfida sarà convincere chi arriva a Cerisano a restare. Come pensate di riuscirci?
«È la sfida più importante e, in parte, sta già accadendo. Registriamo i primi casi di persone che scelgono di trasferirsi a Cerisano per lavorare in smart working, anche provenienti dall’estero. Altri stanno acquistando casa perché vedono nel nostro borgo un luogo sicuro, accogliente e con un’elevata qualità della vita. Ci sono anche giovani che investono nel recupero di antiche abitazioni e fabbricati storici del centro. Per trasformare presenze temporanee in nuove residenze serve però una strategia di lungo periodo. Per questo continuiamo a investire nella formazione, nella cultura, nella rigenerazione urbana, nei servizi, nella digitalizzazione e nelle opportunità professionali. Vogliamo che Cerisano non sia solo un borgo da visitare, ma un luogo in cui costruire un progetto di vita».
La collaborazione con l’Università della Calabria è uno degli elementi decisivi del progetto. Quanto è strategica?
«L’Università della Calabria rappresenta uno dei principali motori culturali e scientifici del territorio ed è un partner strategico con cui condividiamo una visione fondata sulla conoscenza e sulla formazione. Ringrazio il Magnifico Rettore e l’intera governance dell’Ateneo per avere creduto in questa sfida. La nostra idea è portare l’università fuori dal campus, facendo incontrare ricerca, formazione e territori. Cerisano può diventare uno dei luoghi in cui questo modello prende forma. Continueremo ad ampliare l’offerta formativa e di ricerca coinvolgendo un numero crescente di dipartimenti e studenti. Palazzo Sersale, dotato di spazi attrezzati e foresteria, rappresenta già oggi una sede ideale per questo progetto».
Molti sindaci guardano con interesse alla vostra esperienza. Il modello Cerisano può essere replicato?
«Credo di sì, purché ogni territorio valorizzi la propria identità. Non esiste una ricetta valida per tutti. Ogni borgo ha una propria storia, un proprio patrimonio e specifiche vocazioni. Nel nostro caso abbiamo recuperato Palazzo Sersale trasformandolo in un polo dedicato alla cultura, alla formazione e alla ricerca. A questo si sono aggiunti il Festival delle Serre, una tradizione culturale consolidata e una forte capacità di costruire reti con università, istituzioni, imprese e associazioni. La differenza la fanno soprattutto la visione, la programmazione e il coinvolgimento della comunità. La Calabria è ricca di borghi straordinari. Se ciascuno saprà valorizzare le proprie peculiarità con competenza e coraggio, nasceranno molte altre esperienze di successo. Noi saremo felici di condividere il nostro percorso».
LaC ha seguito questo progetto fin dall’inizio. Oggi quale messaggio vuole rivolgere ai sindaci delle aree interne?
«Il primo messaggio è semplice: non arrendersi. Fare il sindaco di un piccolo comune oggi significa affrontare ogni giorno difficoltà enormi, ma proprio per questo bisogna credere nelle proprie idee e avere il coraggio di portarle avanti. Credo anche che i sindaci debbano fare sempre più squadra, confrontarsi e condividere esperienze. Allo stesso tempo dobbiamo chiedere con forza alla politica nazionale e regionale di sostenere concretamente i piccoli comuni. Ai tanti giovani amministratori voglio dire di non perdere mai entusiasmo e visione. Un ringraziamento sincero va anche a LaC, che ha raccontato il nostro percorso quando era ancora una scommessa, contribuendo a dargli forza e visibilità. Infine, un appello. Chiedono di poter creare lavoro, attrarre giovani, offrire servizi e costruire futuro. Se vogliamo davvero contrastare lo spopolamento, dobbiamo investire nei piccoli comuni. Perché il futuro della Calabria passa anche da qui».