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16/07/2026 ore 06.30
Società

L’Unical permiata dalle classifiche Censis: ecco i valori più alti dei cubi di Arcavacata

Punteggio sopra i 100 per le borse di studio e i servizi, ma l’occupabilità è al minimo dal 2019: fra i grandi Atenei, soltanto Messina ha un punteggio più basso

di Francesco La Luna

Ancora una medaglia d’oro fra i cubi: per la terza volta consecutiva, la classifica Censis premia l’Unical come il migliore Ateneo fra quelli statali che contano dai 20mila ai 40mila iscritti. Si tratta, come detto, della terza volta in cui Arcavacata riesce a salire sul gradino più alto del podio dopo il terzo posto ottenuto nella graduatoria dell’anno accademico 2023/’24.

L’Unical al primo posto in Italia tra i grandi atenei statali: la classifica del Censis

Un bagliore che continua a illuminare la Calabria: la realtà universitaria voluta da Beniamino Andreatta ormai più di cinquant’anni fa è un punto di riferimento per l’intero mezzogiorno, come dimostrano le iscrizioni che arrivano anche dalla Basilicata, dalla Campania ma anche dal Nord. Emblematica, in tal senso, fu la visita degli studenti liceali di Bergamo, vogliosi di visitare i cubi delle materie scientifiche. Ma quali sono i punti di forza dell’Unical secondo le classifiche Censis? Scendiamo nel dettaglio. 

Borse di Studio e Servizi dominano le graduatorie nazionali

In un periodo economicamente difficile per tutti, l’Unical aiuta non poco i propri studenti grazie alla mole di borse di studio messe a disposizione. Proprio per questa ragione, nella voce relativa il punteggio è altissimo, 109, meglio di qualsiasi altro Ateneo delle stesse dimensioni in Italia. In una regione povera come la Calabria, un supporto sociale allo studio che serve da indicatore e vettore di sviluppo. Ne ha parlato anche il presidente Roberto Occhiuto, subito dopo l’uscita delle classifiche, sottolineando come tutte e tre le università calabresi (Unical, Magna Graecia e Mediterranea) fossero in cima alle rispettive graduatorie per le borse di studio.

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Ma l’Unical fa medaglia d’oro anche per quanto riguarda i servizi, con un punteggio di 110. In questo senso, tanto fa la conformazione dell’Ateneo rendese, immaginato e realizzato come un campus con le residenze per gli studenti. E, guardando la classifica, si capisce il distacco rispetto alle istituzioni concorrenti: l’Unical non è mai scesa sotto il 110 se non nel 2023, quando ha fatto segnare un 107, mentre fra le altre università la seconda è quella di Salerno con “appena” 82. Ottimi i risultati ottenuti anche per quanto riguarda la comunicazione e i servizi digitali, con un punteggio di 94, e le strutture, con un punteggio di 91, risultati che la pongono alla pari di colossi come Genova e Roma Tor Vergata. C’è però una voce, solo una, che è la più bassa d'Italia. 

L’occupabilità a 68, il punteggio più basso dal 2019

Si tratta, ovviamente, dell’occupabilità, da sempre il tallone d’Achille e non per colpa dell’Ateneo, che proprio nei giorni scorsi ha presentato un piano post lauream da 50 corsi fra Master e School. A creare problemi è un po’ il pregiudizio, mai sopito, verso gli Atenei del Sud, un po’ il mercato del lavoro calabrese. Per quanto riguarda il primo punto, basta guardare i risultati delle altre Università meridionali coinvolte: Messina è ultima con 67, un solo punto sotto l’Unical, ma né Salerno, né Catania, né la Vanvitelli raggiungono quota 80. E la D’Annunzio di Chieti e Pescara eguaglia l’Unical a 68.

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Per quanto riguarda il secondo già a febbraio, nel report del CNEL, era evidente come la maggior parte dei laureati calabresi lasciasse poi la propria terra per cercare una sorte lavorativa migliore. Tanto è vero che, fra gli impegni della nuova Governance a guida Gianluigi Greco, c’è proprio quello di trattenere quanta più gente possibile. Finora il compito è stato eseguito grazie anche al prosieguo dei progetti inizialmente finanziati dal PNRR: con un milione di euro di fondi arrivati dopo la fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’Unical è riuscita a mantenere quanti più contratti fra quelli di chi lavorava nei vari comparti. Ma serve una mano in più, anche dalle aziende calabresi, per far sì che chi completa il proprio ciclo di studi fra i cubi possa anche riuscire a restare a lavorare in Calabria senza essere sfruttato.