Come procede il progetto “Lo psicologo a scuola”? Da Cosenza le prime risposte: «I ragazzi chiedono maggiore ascolto»
Ai nostri microfoni il punto dai dirigenti Domenico De Luca del Liceo Bernardino Telesio e Massimo Ciglio dell’Istituto “Spirito Santo”. Con loro anche la psicoterapeuta Asia Carchidi: «Non è terapia clinica, ma prevenzione e attenzione per intercettare il disagio prima che esploda»
Non psicologi “a chiamata” o sportelli occasionali, ma professionisti della psicoterapia integrati nella vita scolastica: è questa la differenza sostanziale che emerge nelle scuole calabresi grazie al progetto regionale “Discutiamone insieme – Lo psicologo a scuola”, annunciato lo scorso giugno e ufficialmente partito all’inizio del corrente anno scolastico. Per una durata provvisoria di tre anni.
Una differenza, questa, che i dirigenti scolastici e gli specialisti coinvolti sottolineano con chiarezza. Più che di servizi sporadici, si tratta di un intervento strutturale di supporto psicologico e soprattutto psicoterapeutico, pensato per accompagnare la crescita degli adolescenti e prevenire il disagio emotivo in una fase critica della loro vita.
Un servizio pensato principalmente per le terze medie e per il biennio delle scuole superiori, considerate le fasce d’età più critiche, ma che nella pratica si estende anche all’ascolto degli studenti più grandi o più piccoli, con l’obiettivo di non lasciare indietro nessuno. Il progetto è concepito per diventare parte integrante della vita scolastica e rappresenta un modello pilota che la Calabria punta a rendere stabile e replicabile su scala nazionale.
Da figura "snobbata” a punto di riferimento (anche) per le famiglie
A raccontare cosa significhi, concretamente, avere uno psicoterapeuta a scuola sono innanzitutto i dirigenti scolastici, chiamati ogni giorno a confrontarsi con fragilità, conflitti, richieste di ascolto che vanno ben oltre la didattica. Per Massimo Ciglio, dirigente dell’Istituto Comprensivo statale “Spirito Santo”, si tratta di una presenza ormai imprescindibile: «La figura dello psicologo è una figura importante nel processo educativo, soprattutto oggi, in un contesto in cui le variabili sono tantissime: la crescita dei ragazzi, il rapporto con l’esterno, le difficoltà delle famiglie, ma anche una certa impreparazione culturale a svolgere il ruolo genitoriale».
Ciglio ricorda come in passato la presenza psicologica nella scuola fosse affidata ai servizi territoriali, con interventi saltuari e discontinui: «Lo psicologo, teoricamente, a scuola c’è sempre stato, ma era legato all’Asp e seguiva più istituti. Poi, con i tagli alla sanità, tutto si è trasformato in progetti a termine: finiva il progetto e finiva anche il servizio. Questo era il vero problema».
La differenza oggi è data dalla possibilità di continuità e dal riconoscimento istituzionale della figura, anche se le ore disponibili restano limitate: «Nel nostro istituto parliamo di quattro ore settimanali – in generale, le ore sono calcolate sulla base del numero di classi e di studenti (ndr) –. Sono poche, certo, ma è comunque una presenza stabile. E quando lo psicologo diventa una figura scolastica riconosciuta, anche le famiglie sono più disponibili ad accettarla».
Non a caso, spiega il preside, la risposta delle famiglie è stata ampia: «Circa l’80-85% ha firmato la liberatoria. Questo significa che c’è fiducia e che si è superata, almeno in parte, la diffidenza verso questa figura».
Nel concreto, il servizio si articola in colloqui individuali e in momenti di osservazione e lavoro nelle classi. I ragazzi si prenotano, parlano, raccontano: «Non è terapia clinica - chiarisce Ciglio - ma consulenza. E già il fatto di parlare, di dare un nome al disagio, è un aiuto enorme».
Un valore aggiunto decisivo è la terzietà dello psicoterapeuta rispetto a genitori e docenti: «Non è la mamma e non è l’insegnante. È una persona esterna, che ascolta senza giudicare. Questo facilita l’apertura dei ragazzi».
Dalle prime esperienze emergono alcune criticità ricorrenti, che sono poi anche quelle comuni in età adolescenziale. Competizione esasperata, soprattutto tra le ragazze, difficoltà nella gestione della rabbia, incapacità di tollerare la frustrazione.
«Molti ragazzi – aggiunge Ciglio – non hanno mai fatto davvero esperienza del “no”. Quando a scuola incontrano un limite, scatta la rabbia. Anche su questo stiamo lavorando molto, perché imparare a gestire le emozioni è parte dell’educazione».
Prestare attenzione a certi segnali: a volte i ragazzi vogliono solo essere capiti
Uno scenario simile emerge anche al Liceo Classico “Bernardino Telesio” di Cosenza, dove il preside Domenico De Luca sottolinea soprattutto la crescente richiesta di ascolto da parte degli studenti: «Riceviamo quotidianamente segnali, richieste, bisogni. A volte non sono situazioni gravi, ma semplicemente il desiderio di raccontarsi o di essere ascoltati da qualcuno che possa dare una risposta adeguata in quel momento».
Per De Luca, il punto centrale è la continuità. La presenza settimanale dello psicoterapeuta consente infatti di costruire percorsi continui, non frammentari: «In passato abbiamo avuto progetti legati all’emergenza pandemica o al Pnrr, ma erano interventi con un inizio e una fine. Qui invece possiamo avviare percorsi che crescono nel tempo, rivolti non solo agli studenti, ma anche ai docenti e alle famiglie. L’obiettivo è influenzare positivamente il benessere degli studenti, agire sulle situazioni di stress e prevenire una serie di situazioni rischiose».
A fare da ponte tra dirigenza, studenti e specialista sono i docenti, come (nel caso del “Telesio”) la vicepreside e insegnante di matematica Mariapia Domanico, che raccoglie spesso le richieste informali degli studenti: segnali di disagio, ma anche semplici bisogni legati all’età. Un lavoro quotidiano di ascolto che trova nello psicoterapeuta un alleato fondamentale.
L’importanza della “terapia di gruppo” e della prevenzione: il parere della specialista
Figura centrale in entrambi gli istituti è la neuropsicologa e psicoterapeuta Asia Carchidi, referente per il territorio, che descrive il progetto come un lavoro di rete: «Non facciamo psicoterapia in senso stretto, ma prevenzione, apertura, ascolto. Lavoriamo con i ragazzi, con i docenti, con le famiglie. Quando emergono situazioni più complesse, sappiamo come indirizzare e attivare i servizi competenti». Poi aggiunge: «Nel triennio delle scuole superiori molte caratteristiche si cristallizzano. Per questo è fondamentale intervenire prima, nel biennio o già alle medie. Più si va avanti, più è difficile tornare indietro».
Accanto agli sportelli individuali, come già accennato, sono previsti anche interventi nei gruppi classe: «Nei gruppi lavoriamo sulle dinamiche relazionali, sulla competizione, sull’empatia. Attraverso giochi di ruolo e attività condivise i ragazzi imparano a mettersi nei panni dell’altro».
Tra le criticità più diffuse, Carchidi segnala solitudine, chiusura emotiva e un rapporto problematico con la tecnologia: «C’è un attaccamento molto forte ai telefoni, ai social, ai giochi online. In alcuni casi diventa una vera dipendenza. Intervenire presto significa evitare che queste fragilità si trasformino in patologie».
Dalle parole dei dirigenti e degli specialisti emerge un messaggio chiaro: lo psicoterapeuta a scuola non è un’aggiunta marginale, ma una risorsa educativa essenziale. «Spero che questa figura diventi stabile e venga potenziata», conclude Ciglio. «È una presenza che riguarda tutta la comunità scolastica», gli fa eco De Luca.
Perché educare non significa solo insegnare la letteratura, la matematica o la scienza, ma accompagnare i ragazzi nella costruzione del loro equilibrio emotivo, prima che il disagio diventi emergenza.