Cosenza, il MAM verso la vendita: Orrico, «non è un immobile, ma identità collettiva»
L’assessore ai Quartieri interviene sull’avviso della Provincia: “Rischio spoliazione culturale per il centro storico”
«Un museo non è mai un semplice contenitore, un involucro da riempire con oggetti; al contrario, è contenuto che parla il linguaggio più profondo dello spirito umano». Parte da qui la riflessione di Giovanni Orrico, assessore ai Quartieri del Comune di Cosenza, sull’annunciata vendita dei locali che ospitano il MAM, il Museo delle Arti e dei Mestieri.
Una presa di posizione che nasce dopo la pubblicazione, sul sito della Provincia, dell’avviso per la manifestazione di interesse finalizzata alla cessione dell’immobile. «Leggere con freddezza burocratica quell’avviso – scrive Orrico – mi porta verso una riflessione che va oltre il mio ruolo istituzionale. Un presidio di cultura non può essere liquidato come un qualsiasi bene alienabile».
Il valore indicato, circa 823 mila euro, viene considerato marginale rispetto alla portata simbolica dell’operazione. «Non serviranno probabilmente a ripianare i conti dell’Ente, ma sicuramente la città subirà una vera e propria spoliazione culturale».
Nel ragionamento dell’assessore, il MAM è descritto come uno spazio vivo, capace di tenere insieme memoria e identità. «È un organismo vivo, un racconto del passato che si fa presente, capace di parlare alle generazioni future», sottolinea, ricordando come negli anni sia diventato «un luogo in cui la comunità riscopre la cultura, ma anche la resilienza di sopravvivere in un contesto difficile».
La riflessione si intreccia con un’esperienza concreta. «Osservando i maestri artigiani e la gente che si muoveva tra le creazioni artistiche – racconta – ho sentito con forza quanto sia vitale avere luoghi fisici che proteggano questa eredità che diventa identità».
Il timore principale riguarda il futuro dell’immobile. «Il rischio concreto è che, una volta venduto a un privato, diventi un luogo altro dalla cultura, qualcosa che abbraccia logiche speculative e commerciali», avverte. Con una conseguenza diretta: «Un patrimonio che era di tutti rischia di diventare un privilegio esclusivo, perdendo definitivamente la sua funzione collettiva».
Nel passaggio più politico, Orrico richiama anche il ruolo delle istituzioni. «La nostra Costituzione, all’articolo 9, ci ricorda che la tutela del patrimonio storico e artistico è un compito solenne della Repubblica», aggiungendo che rinunciare a un luogo della collettività «significa indebolire il legame tra istituzioni e territorio».
Particolarmente forte il riferimento al centro storico. «Cedere quell’avamposto culturale significa lasciare un vuoto nel cuore pulsante di Corso Telesio», scrive, descrivendo il museo come «una luce accesa» in una zona già segnata da spopolamento e fragilità sociali.
Non manca uno spiraglio. «La mia speranza è che a rispondere a quella manifestazione di interesse possa essere una realtà, magari una fondazione, che mantenga il bene fruibile al pubblico».
La chiusura è affidata a una riflessione più ampia sul senso stesso della cultura. «Una città che perde i suoi riferimenti culturali e sociali fa molta più fatica a resistere all’abbandono», conclude, richiamando infine Nuccio Ordine: «Svendere l’arte significa non comprendere che è proprio il superfluo a rendere civile una società».