Crisi del liceo classico: «Latino e greco non sono lingue morte, ma palestra di pensiero critico»
La riflessione della docente Rosanna Tedesco sul calo delle iscrizioni e sul ruolo delle discipline classiche nella formazione degli studenti
In una intervista uscita qualche giorno fa su questa stessa testata il mio collega prof Giuseppe Autiero, partendo dai dati ministeriali riferiti al calo nazionale di iscrizioni al liceo classico (certo più contenuto al Liceo Telesio di Cosenza e nelle scuole del Sud in generale), poneva una questione importante relativa alla sopravvivenza dello studio del latino (e anche del greco, aggiungo io) nella scuola del futuro.
Il calo degli iscritti al Liceo Classico è un fenomeno molto allarmante: si tratta di una cattiva notizia non già e non solo per chi crede e lavora in questa gloriosa istituzione non a torto ritenuta per decenni la migliore scuola del mondo, ma per l’intera società italiana che vede certificato un epocale cambiamento antropologico, assolutamente non positivo, nella percezione delle discipline classiche come una dotazione culturale inutilmente astrusa e superata.
Le ragioni per cui il liceo classico risulta così poco appetibile presso gli adolescenti chiamati ad operare scelte decisive per il loro futuro professionale sono complesse e certamente non ascrivibili solo all’inadeguatezza dei metodi d’insegnamento delle discipline classiche, che pure è indubbio necessitino di qualche svecchiamento e di maggiore considerazione, ad esempio, dell’apprendimento del lessico più che delle particolarità grammaticali.
E, ad onor del vero, negli ultimi anni si è sviluppato tra gli esperti un dibattito molto ricco in tal senso, con proposte variegate ed articolate, che forse stentano a trovare applicazione diffusa, ma che testimoniano la vitalità della ricerca pedagogica in questi ambiti del sapere forse più che in tante altre discipline ritenute trendy.
Gli insegnanti di latino e greco, però, si trovano quotidianamente a dover fare i conti con modelli di istruzione sempre più forgiati sull’addestramento piuttosto che sulla formazione globale, con una comunicazione che privilegia la semplificazione piuttosto che l’argomentazione, con gli entusiasmi facili delle applicazioni immediate; le parole d’ordine della scuola oggi ruotano tutte intorno all’orientamento al mercato del lavoro, proliferano curvature che propongono una precocizzazione delle scelte professionali con discipline caratterizzanti e specifiche in competizione con i saperi un tempo ritenuti “inutili” ma indispensabili nella formazione dell’optimus civis.
In un sistema che insegue la rapidità, la concretezza, che si concentra spesso su un presente astorico quale attrazione può esercitare su menti giovani ancora inconsapevoli uno studio che percorre la via dell’astrazione, la fatica della consapevolezza storica e della complessità sociale, uno studio che i ragazzi (e non solo loro) avvertono come inattuale? La risposta è scontata.
Perciò appare profondamente ingiusto gettare la croce dello scarso appeal del classico sugli insegnanti di latino e greco che, in un’epoca di scorciatoie e didattica dell’essenziale, continuano a praticare la difficile arte della riflessione, dell’analisi rigorosa dei dati, dell’ipotesi ponderata, in una parola del metodo scientifico coniugato con la creatività e la duttilità della lingua, espressione del pensiero in tutti i suoi campi. Si illudono ancora questi professori di poter coltivare qualche forma di pensiero critico -e il cielo sa quanto ce ne sia bisogno- in questa epoca di passioni tristi, di propaganda e di azioni belliciste, di un’umanità ridotta a merce.
Forse come i soldati giapponesi ignari della fine della guerra dovrebbero dichiarare la sconfitta e rassegnarsi a vivere in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale e dalla stolidità umana? Piuttosto non dovremmo tutti provare a salvare quel che di buono il liceo classico può ancora offrire in termini di profondità, coscienza critica, cura ed attenzione della dimensione antropica ed etica, dei valori dell’humanitas? Potremmo farlo discutendo di programmi, di distribuzione delle discipline, anche di strategie di insegnamento, ma tenendo conto di un contesto profondamente mutato e di orientamenti generali per nulla favorevoli alla visione umanistica delle cose umane. E forse bisognerebbe provare anche a rendere il liceo classico più accessibile a quelle categorie sociali che se ne sentono ancora escluse e che le politiche aziendalistiche messe in atto nella scuola negli ultimi anni certamente non incoraggiano.
* Docente Liceo Telesio Cosenza