Dai riti dello “sfascino” ai lupi mannari, tutte le magie cosentine legate alle feste
Le tradizioni della cucina si intrecciano a grandi misteri antichi. In provincia di Cosenza i dolci di Natale si consumano in famiglia, si regalano o sono un invito per parenti e amici. Hanno nomi che si declinano in modo diverso a seconda delle aree geografiche: turdilli, scaliddre, cicitielli ad Amantea; crústuli e turdilli a Pedace; giurgiulena, cannaricoli, cicerata, turdilli a Cassano.
La Vigilia e la strina
È consuetudine di tante famiglie rinforzare la spesa in vista della strina. I suonatori, senza essere chiamati vengono, suonano e poi devono essere invitati in casa a bere e mangiare finché anche l’ultimo ospite decide che è ora di tornare al proprio letto. Quella della vigilia è la sera in cui le portate si moltiplicano e diventano molto abbondanti: sono nove a Pedace e Cassano, oppure sono le classiche tredici che ricordano il numero degli apostoli più Cristo.
Il controllo delle ombre
A Cassano si comincia a mangiare solo dopo aver baciato la mano agli anziani della famiglia. Questi poi danno la loro benedizione e controllano che l’ombra disegnata sulle pareti sia netta e chiara, in rituale che dà segno su quello che attende gli ospiti nel futuro.
In rispetto ai cari defunti, a Pedace la tavola resta imbandita tutta la notte per permettere agli estinti di poter, in qualche modo, partecipare al banchetto. Ad Acquaformosa è un gesto che permette alla Madonna e al piccolo Gesù di assaggiare le prelibatezze lasciate.
Quando nascono i lupi mannari
Per la nostra tradizione la notte di Natale è una sera tanto magica che anche gli animali parlano. I corsi d’acqua smettono di mormorare, dalle fonti sgorgano olio o acqua miracolosa. Una leggenda antichissima (e molto suggestiva) vuole che le nuove bestie nate proprio quella notte siano destinate a diventare lupi mannari.
L’acqua “muta” di Grimaldi
Da secoli, di padre in figlio, si tramandano racconti orali di grandi miracoli legati alla notte di Natale. In quel di Grimaldi era consuetudine attingere l’acqua “muta” alla fonte coperti con un panno scuro per non esser riconosciuti. Quello che sgorgava dalla fonte era un’acqua miracolosa che proteggeva contro il male e doveva essere nascosta e conservata con molta cura.
Alla mezzanotte si passa il segreto dello sfascino
L’unico momento in cui è possibile tramandare i riti dello “sfascino”, che permettono di allontanare il malocchio mormorando preghiere (e sbadigliando di contro) è quello della mezzanotte di Natale. A Pedace e anche in alcuni paesi arbëreshe la sera della vigilia vengono accesi fuochi in ogni rione e nella piazza principale con la legna raccolta dai più piccoli. Dalle scintille si leggono i presagi per l’anno a venire. I resti vengono poi conservati in casa e poi mostrati sui davanzali o sulla soglia di casa nei momenti di tempesta, accanto all’immaginetta di santa Barbara che protegge dai fulmini.