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30/10/2026 ore 06.30
Società

Don Ennio Stamile: «L’olio antimafia Oro et Laboro sarà premiato a Milano il 31 ottobre» | VIDEO

L’uliveto, gestito dall’associazione San Benedetto Abate di cui il sacerdote è presidente, sorge a Limbadi su un terreno di quattro ettari confiscato al clan Mancuso: «È stato incendiato due volte, ma noi non ci siamo arresi e abbiamo messo a dimora novecento nuove piante»

di Emilia Canonaco

«Un quarto di secolo vissuto con la schiena dritta, la parola limpida, la fede che diventa impegno civile, ascolto, presenza». È il post che il sindaco di Cetraro Giuseppe Aieta ha pubblicato lo scorso mese di aprile, in occasione del 25esimo anniversario di sacerdozio di don Ennio Stamile.

Un legame stretto quello che intercorre tra il religioso e il comune del tirreno cosentino, di cui è stato parroco per oltre quindici anni. Èd è sempre qui che, nel 2007 don Ennio Stamile decide di fondare l’associazione San Benedetto Abate.

«Certo che mi rivedo nelle parole del sindaco Aieta, dopotutto lui mi conosce molto bene». Ed è proprio a Cetraro che la criminalità organizzata alza il tiro contro don Ennio Stamile: il suo impegno a favore della legalità e contro ogni sopruso dà fastidio, parecchio fastidio. L’elenco delle intimidazioni è lungo e raccapricciante: nel gennaio del 2012, una testa di maiale viene rinvenuta sul pianerottolo di casa di don Ennio Stamile; sei anni dopo, sempre a gennaio, qualcuno lascia una testa di capretto sul cofano della sua auto.

Il religioso non indietreggia: nega i sacramenti ad esponenti di spicco della criminalità organizzata, e rilancia il proprio impegno civile, accettando l’incarico di referente di Libera in Calabria (ruolo che manterrà dal 2016 al 2023). Le cronache recenti restituiscono la notizia del suicidio di Denise Cosco, figlia dell’ex testimone di giustizia Lea Garofalo che, nel 2007, ottenne di rientrare nel programma di protezione proprio grazie all’impegno profuso dall’ufficio legale dell’associazione fondata da don Luigi Ciotti.

Denise muore a 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea, quando fu uccisa e il suo corpo venne lasciato bruciare per tre giorni in cinquanta litri di acido: «Ho sperimentato ancora una volta il fallimento dello Stato - confessa don Ennio Stamile - non basta semplicemente trovare una casa e un posto di lavoro, ma è necessario affiancare queste persone durante la loro nuova vita. Chi decide di denunciare sperimenta sulla propria pelle una grande solitudine, la stessa che deve aver provato la povera Denise. Episodi come questi ci fanno indignare, ma l’indignazione da sola non è sufficiente. Il sistema di protezione va profondamente rivisto».

È invece intitolata a Rossella Casini, altra giovane vittima di mafia, l’Università della Ricerca, della Memoria e dell’Impegno gestita a Limbadi dall’associazione San Benedetto Abate: «Rossella era una studentessa universitaria, originaria di Firenze, che si innamorò di un ragazzo di Palmi, Francesco Frisina. Tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, nella città della Piana era in corso una faida sanguinosissima: il padre di Francesco fu ucciso, e lo stesso Francesco rimase ferito in un agguato. Rossella lo convinse a collaborare con la giustizia ma, tornato in Calabria, il ragazzo decise di ritrattare tutto. La giovane decise di recarsi a Palmi per cercare di mettere pace tra le due cosche rivali, ma fu proprio la famiglia di Francesco a decretarne la condanna a morte. In una intercettazione venne captata la frase “La straniera deve morire fatta a pezzi”. Dopo l’omicidio, commesso il 22 febbraio 1981, il corpo di Rossella venne gettato dentro ad una tonnara.

Ma com’è nata la collaborazione tra il Comune di Limbadi è l’associazione San Benedetto Abate presieduta da don Ennio Stamile? «Il commissario prefettizio dell’epoca mi disse che i bandi per l’aggiudicazione dei beni confiscati al clan Mancuso andavano sistematicamente deserti. Partecipammo, e ci fu assegnata una grande villa, che diventò sede della nostra università. Dopo due anni, però, abbiamo dovuto restituirla, e oggi ospita la caserma dei carabinieri. Fortunatamente, l’amministrazione comunale ha messo a nostra disposizione altri locali».

L’Università della Ricerca, della Memoria e dell’Impegno è un campus con ventiquattro posti letto, frequentata ogni anno da studenti Erasmus. L’obiettivo è quello di approfondire la conoscenza del fenomeno ‘ndranghetistico da un punto di vista storico, religioso, economico, giuridico e sociologico. All’attività formativa, si è unita la coltivazione di quattro ettari di terreno, destinati alla produzione di olio: «L’uliveto esisteva già, ed era stato incendiato un paio di volte, proprio perché si trovava su un terreno confiscato. Abbiamo messo a dimora novecento nuove piante e, dopo cinque anni, c’è stata la prima raccolta delle olive».

L’olio dell’associazione San Benedetto Abate si chiama “Oro et Laboro” e il 31 ottobre prossimo sarà premiato a Milano dal Golosario: «La produzione di olio avviene a titolo gratuito a Cessaniti, nel frantoio di proprietà di Francesco Cascasi, a lungo vessato da Pantaleone Mancuso. Quando l’imprenditore decise di investire nel porto di Vibo Valentia, il super boss gli fece sapere che avrebbe dovuto devolvergli la metà dei proventi, altrimenti non sarebbe riuscito mai ad ottenere le licenze necessarie».

Dall’olio al coinvolgimento delle istituzioni locali nel contrasto della pervasività criminale: «Nel 2021, abbiamo proposto ai comuni calabresi di sottoscrivere il “Patto di Limbadi”. Tra i quattordici punti che compongono il documento, c’è l’impegno da parte delle amministrazioni comunali di costituirsi Parte civile nei processi di mafia. Finora, sono stati 115 i Comuni che hanno aderito, ma le sottoscrizioni sono ancora in corso, e il progetto è stato esteso anche alla Basilicata».