Don Michele Oliva, quattordici anni dopo il territorio ne ricorda l’eredità: fede, arte e formazione
Il sacerdote originario di Papasidero guidò le parrocchie di Verbicaro e Scalea. Il suo metodo pastorale univa catechesi, cultura, pellegrinaggi e attenzione concreta alle persone, lasciando un segno profondo nelle comunità
A quattordici anni dalla scomparsa, il territorio torna a ricordare Don Michele Oliva, sacerdote originario di Papasidero, per anni alla guida delle parrocchie di Santa Maria del Piano di Verbicaro e San Giuseppe Lavoratore di Scalea, morto l’8 ottobre all’età di 68 anni.
Un parroco che le comunità continuano a ricordare con gratitudine per un metodo pastorale capace di tenere insieme formazione, arte, pellegrinaggi e prossimità.
La sua azione, infatti, non si limitava alla celebrazione e alla catechesi tradizionale. Don Michele era convinto che una buona formazione cristiana rendesse le persone più consapevoli e più libere nell’affrontare le sfide del presente. Per questo affiancava alla lectio divina incontri di approfondimento sui documenti conciliari e sulle encicliche dei Pontefici.
L’arte come strumento di catechesi
Uno degli aspetti più originali della sua attività pastorale fu l’uso dell’arte come linguaggio capace di rendere più immediata la comunicazione con persone di età e livelli di istruzione diversi.
Don Oliva sviluppò percorsi di catechesi mistagogica legati anche a itinerari artistici, con opere pensate non soltanto per il loro valore estetico ma anche per quello simbolico.
Tra gli esempi ricordati c’è l’altare a forma di mensa ovale realizzato a Scalea, concepito per richiamare la dimensione comunitaria dell’Eucaristia e il legame tra celebrazione e vita quotidiana.
Un metodo fondato sul coinvolgimento
La sua impostazione pastorale puntava molto anche sulla partecipazione diretta dei fedeli. La programmazione delle attività e la realizzazione delle opere avvenivano attraverso il confronto con tecnici, collaboratori e comunità.
Un metodo che, a distanza di anni, viene letto come particolarmente lungimirante perché fondato sull’ascolto, sul confronto e sulla condivisione delle responsabilità.
I pellegrinaggi e la costruzione delle relazioni
Altro elemento centrale furono i pellegrinaggi, organizzati sia sul territorio sia verso grandi luoghi di spiritualità come Lourdes, Fatima e Međugorje.
Per Don Michele il pellegrinaggio non era soltanto un’esperienza religiosa, ma anche uno strumento per costruire relazioni, rinsaldare le comunità e favorire occasioni di evangelizzazione.
Fu inoltre promotore del Cammino Neocatecumenale nella zona, pur mantenendo nelle parrocchie una convivenza aperta con altri movimenti ecclesiali, tra cui Azione Cattolica e Comunità Maria.
La prossimità lontano dai riflettori
Accanto alla dimensione pubblica della sua attività, c’era poi quella più discreta dell’aiuto quotidiano.
Chi gli è stato vicino ricorda una forma di solidarietà mai esibita, costruita sulla riservatezza e sull’accompagnamento concreto delle persone in difficoltà.
Particolare attenzione veniva dedicata ai giovani. Il suo insegnamento era che non bastasse offrire loro un luogo dove trascorrere il tempo, ma fosse necessario seguirli, accompagnarli e diventare per loro punti di riferimento.
«Accogliere tutti»
La sua azione pastorale partiva infine da un principio semplice: accogliere tutti, perché ciascuno potesse sentirsi importante agli occhi di Dio.
Una visione capace di valorizzare differenze, percorsi personali e diversi modi di vivere la fede, senza rinunciare a una forte identità pastorale.
È anche per questo che, a quattordici anni dalla morte, Don Michele Oliva continua a essere ricordato non soltanto nelle comunità che ha guidato, ma in un territorio più ampio che ancora riconosce il segno lasciato dal suo ministero.