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26/01/2026 ore 06.30
Società

Ferramonti, il campo fascista in Calabria: non fu un lager ma resta un monito contro le leggi razziali e l’orrore del regime

Il luogo torna al centro della Giornata della Memoria e racconta una pagina complessa del Novecento e interroga ancora il presente. A Tarsia non c’era una macchina di morte organizzata: il Museo ridà ogni giorno volto e voce agli internati

di Francesco Perri

In provincia di Cosenza, nel cuore della Calabria, esiste un campo di internamento. Sorge a Tarsia, lungo la valle del Crati, in un territorio che oggi appare silenzioso e marginale, ma che nel 1940 divenne teatro di una delle pagine più complesse e meno conosciute della storia italiana. Qui il regime fascista costruì da zero il campo di internamento di Ferramonti, il più grande mai realizzato sul suolo nazionale.

Ferramonti, che tornerà al centro delle celebrazioni della Giornata della Memoria il prossimo 27 gennaio, non fu un campo di sterminio. Non fu un luogo della Shoah. È necessario dirlo con chiarezza, per rispetto della verità storica e delle vittime dei lager nazisti. Ma sarebbe un errore altrettanto grave relegarlo all’oblio o minimizzarne il significato. Ferramonti è un luogo della memoria collettiva, un patrimonio storico e culturale che testimonia le conseguenze delle leggi razziali fasciste e l’ideologia di esclusione su cui esse si fondavano.

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Il campo venne realizzato nel 1940, dopo la bonifica di un’area paludosa, su disposizione del governo fascista. A differenza di altri luoghi di internamento sparsi in Italia, Ferramonti nacque espressamente con quella funzione. Nell’aspetto esteriore ricordava i lager tedeschi: lunghi baraccamenti, filo spinato, sorveglianza armata, e la vicinanza strategica alla linea ferroviaria Sibari-Cosenza. Un’architettura che evocava l’orrore, pur senza replicarne sistematicamente la violenza.

Gli internati furono circa tremila: ebrei, apolidi, stranieri, oppositori politici, persone considerate “indesiderabili” dal regime. Uomini, donne, bambini privati della libertà personale non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che erano. L’obiettivo di Mussolini era chiaro: isolare, controllare, “concentrare” individui ritenuti incompatibili con l’ideologia fascista, nel vano tentativo di imitare il modello tedesco.

Eppure Ferramonti rappresenta un paradosso storico. I sopravvissuti lo hanno spesso definito un campo di internamento “umano”. Un’espressione che non assolve il fascismo né cancella la violazione dei diritti fondamentali, ma che serve a marcare una distanza netta rispetto all’universo concentrazionario nazista. A Ferramonti non esisteva una macchina di morte organizzata; si cercò, nonostante tutto, di preservare una minima dignità umana. Nella precarietà assoluta nacquero forme di solidarietà, scuole improvvisate, attività culturali, un senso di comunità che permise a molti di resistere moralmente alla prigionia.

All’ingresso del campo una frase sintetizza oggi quel significato profondo: «Con l’esempio della loro vita e la solidarietà della nostra gente testimoniarono l’orrore di un regime abietto».

Nel 2004 è nato il Museo della Memoria Ferramonti, frutto di lunghi lavori di recupero e di un’attenta ricerca documentaria. Documenti, fotografie, lettere, oggetti personali e schede di polizia restituiscono volto e voce agli internati, trasformando un luogo fisico in un luogo di coscienza storica.

Ricordare Ferramonti oggi non significa confondere le categorie della storia, né sovrapporre esperienze diverse. Significa, invece, riconoscere che anche questo campo è parte integrante della memoria europea del Novecento. È un simbolo di identità collettiva, un monito contro ogni forma di discriminazione istituzionalizzata, un luogo che interroga il presente.

La storia va ricordata, studiata, approfondita. Non solo per comprendere ciò che è stato, ma per costruire una coscienza critica capace di leggere il presente. Conoscere i luoghi in cui viviamo significa imparare a discernere, a interrogare il potere, a difendere la dignità umana. Ferramonti di Tarsia, con tutte le sue contraddizioni, resta un punto fermo di questa consapevolezza.