Figli degli invisibili da abbandonare, ragazzi da reprimere
La povertà ignorata, le disuguaglianze negate e la repressione come risposta al disagio minorile: quando lo Stato lascia soli i ragazzi e poi li punisce per le conseguenze di quell’abbandono
I ragazzi che abbiamo visto in strada negli ultimi giorni non sono soltanto volti da esibire nelle cronache o nomi da associare al disagio e alla violenza. Sono giovani che crescono all’interno di famiglie che spesso non arrivano alla fine del mese, tra bollette da pagare, spese da rimandare e un costo della vita che aumenta mentre i salari restano insufficienti. Ci sono madri e padri che lavorano, si alzano presto, tornano stanchi e tuttavia non riescono a garantire ai propri figli quella tranquillità che dovrebbe essere il minimo, non un privilegio. In quelle case crescono i ragazzi di cui oggi si parla tanto. Crescono guardando i genitori fare sacrifici, imparando presto che il denaro non basta e che, per alcuni, la vita presenta il conto prima ancora di offrire una possibilità. Poi escono in strada e trovano le vetrine illuminate, i marchi da esibire, le immagini di una felicità sempre in vendita. Gli viene detto che possono avere tutto, mentre la realtà ricorda loro ogni giorno quanto poco possono permettersi.
A questi ragazzi è stata appiccicata un'etichetta, maranza. Una parola pronunciata spesso con disprezzo, diventata una scorciatoia per riconoscere un nemico, indicarlo con il dito e sentirsi dalla parte giusta. Bastano un modo di vestire, un accento, un gruppo che occupa una piazza, perché una persona smetta di essere considerata nella sua complessità e diventi una caricatura da deridere o da temere. Ma dietro un'etichetta ci sono volti, famiglie, disuguaglianze sociali. Ci sono ragazzi che crescono ai margini delle opportunità, dentro una società che li invita a consumare, apparire e desiderare, ma non offre a tutti le stesse possibilità di partecipare. È una contraddizione feroce: desiderare tutto in una società che distribuisce le possibilità in modo diseguale. C'è chi cresce con le porte aperte e chi passa l'adolescenza a guardarle da fuori. C'è chi può sbagliare senza compromettere il proprio domani e chi rischia di pagare ogni errore con l'esclusione. E c'è un'intera parte di gioventù alla quale chiediamo di sognare, mentre le sottraiamo gli strumenti per farlo. È da qui che bisogna cominciare a parlare di disagio minorile. Dalle condizioni materiali, dalle famiglie lasciate sole, dai quartieri dove mancano spazi, servizi e occasioni, dalle scuole che devono affrontare difficoltà enormi con risorse spesso insufficienti.
I video dei ragazzi fermati in strada durante gli ultimi giorni, sono stati diffusi ovunque, rilanciati sui social e trasformati in uno strumento di giudizio pubblico. È circolato persino il video di un bambino di undici anni, esposto a una gogna mediatica che dovrebbe interrogare tutti, a partire dalle istituzioni e da chi ha la responsabilità di informare. Eppure, la stessa indignazione non sembra accompagnare ogni vicenda con la medesima intensità. La settimana scorsa, a Roma, un ragazzo a bordo di una minicar, proveniente da un contesto sociale agiato, è stato coinvolto in una vicenda di violenze ai danni di passanti. Chi decide quali ragazzi debbano diventare il simbolo di un'emergenza e quali, invece, restino confinati nella cronaca di un singolo episodio? Quando i protagonisti sono giovani delle periferie, il racconto rischia di trasformarli in una categoria da temere. Quando cambiano il contesto sociale e le condizioni di partenza, lo sguardo pubblico può diventare diverso. È questa disparità di rappresentazione che dobbiamo avere il coraggio di discutere. Perché non esistono ragazzi che meritano di essere esposti alla gogna e ragazzi che meritano maggiore protezione in ragione della famiglia da cui provengono. Esistono minorenni, persone in crescita, e una responsabilità collettiva nel modo in cui li raccontiamo e li giudichiamo.
Come Garante Comunale delle persone private della libertà personale, di fronte alle nuove misure restrittive che colpiscono i minori, sento il dovere di denunciare una scelta politica precisa e assai pericolosa: usare la repressione per rispondere a un disagio che affonda le sue radici nelle disuguaglianze sociali, nella povertà e nell'abbandono di intere fasce di popolazione. Quando mancano investimenti nelle scuole, nei servizi e nelle politiche per i giovani, si moltiplicano le sanzioni. Quando lo Stato arretra sul terreno dei diritti sociali, torna a farsi vedere attraverso il potere punitivo. E così, invece di rimuovere le cause del disagio, si finisce per colpire chi ne porta addosso le conseguenze. Quando la povertà diventa visibile nelle strade, quando la rabbia dei giovani disturba il sonno delle città, arrivano i divieti, le sanzioni, le misure punitive. Ma un decreto non mette il pane sulla tavola, non paga l'affitto, non restituisce a un ragazzo le opportunità che non ha mai avuto. Non apre un centro giovanile, non assume un educatore, non aiuta una famiglia a uscire dalla precarietà. Non cancella le condizioni che l'hanno prodotta.
La politica sembra accorgersi di questi ragazzi soprattutto quando diventano un problema da contenere. Prima ci sono le periferie dimenticate, le famiglie schiacciate dal carovita, le disuguaglianze che si tramandano da una generazione all'altra. Poi, quando il disagio esplode, si presenta lo stato nella sua forma più severa. E ciò che non si è voluto curare viene trattato come qualcosa da reprimere. Così si rischia di bruciare il futuro due volte: prima negando le occasioni di crescere, poi chiudendo le possibilità di riscatto. Eppure, dietro ogni ragazzo, c'è una storia che non può essere liquidata con una statistica o rinchiusa dentro un fascicolo. C'è una famiglia che prova a resistere, una strada che non offre abbastanza, una domanda di riconoscimento che spesso non trova risposta. Occorre investire nelle scuole, nei servizi pubblici, negli spazi culturali e sportivi, nei presìdi educativi e nelle politiche per le famiglie. Occorre sostenere chi lavora e continua a essere povero, restituire possibilità a chi vive nell'incertezza, garantire ai ragazzi luoghi in cui incontrarsi e adulti capaci di ascoltarli. Non interventi repressivi, ma scelte politiche e risorse concrete. Facendo in modo che un ragazzo non debba scegliere tra la rinuncia e l'esclusione, che il luogo in cui nasce non determini il limite delle sue aspirazioni, che la condizione economica dei genitori non diventi una sentenza sul suo futuro. La privazione della libertà non può diventare la risposta ordinaria a problemi che richiedono prevenzione, accompagnamento e reinserimento. Un ragazzo è ciò che ha attraversato e ciò che potrebbe ancora diventare, se gli venisse offerta una possibilità reale.
Non si combattono le disuguaglianze sociali con la repressione, né si affronta il disagio dei giovani trasformandoli in una caricatura. Lo si fa investendo nelle persone e restituendo ai ragazzi ciò che troppo spesso viene loro sottratto: la possibilità concreta di immaginare un futuro. Perché nessun ragazzo dovrebbe nascere già sconfitto.
*Emilia Corea, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale - Comune di Cosenza