La cancel culture di Franz Caruso per le opere di Occhiuto. BoCs Art, il bando fantasma e i progetti di rilancio ignorati senza un perché
Dal progetto culturale del Filo di Sophia al piano ignorato di Musica contro le mafie, Be Alternative ed Emmekappa: così una delle più grandi residenze artistiche d’Europa rischia di perdere definitivamente la sua identità
Un’unità del complesso dei BoCS Art sarà destinata alla realizzazione di una biblioteca popolare per l’infanzia. Lo dice una delibera comunale di Cosenza del 4 marzo 2026. Il progetto “Leggere la città – Una biblioteca popolare per l’infanzia” assegna per 24 mesi una “casetta” dei BoCS Art all’Associazione Il filo di Sophia, vincitrice del “Bando per la promozione della lettura nella prima infanzia” promosso dal Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura.
Ma mentre il Comune dava il via libera all’associazione che per due anni avrà cura di un’unità dei BoCs, ignoti, approfittando del malfunzionamento, da tempo imprecisato, delle videocamere di sorveglianza, hanno distrutto vetrate, rubato i cavi di rame degli impianti elettrici e gli interni di tre unità. Dal Comune minimizzano, ma le immagini parlano: l’Area 3 è semidistrutta.
Pare che l’allarme della zona 1 non sia mai tornato in funzione dopo una pioggia abbondante che aveva creato infiltrazioni d’acqua distruggendo la centralina, e stessa sorte anche per quello della zona 2, che dal 2023 non ha più dato segni di vita.
L’iniziativa del Filo di Sophia, che da qualche tempo organizza proprio ai Bocs, nel mese di giugno, il suo festival culturale, è una goccia nel mare. Anzi un granello del deserto, perché è un senso di desolazione quello che si prova a passeggiare in quello che anni fa era un boulevard dove gli artisti creavano e vivevano.
Solo questione di soldi?
Dal Comune informano che l’abbandono dei BoCs è dovuto solo a una questione di soldi. Semplice. No money, no party. Non ce n’erano per la manutenzione ordinaria, non ce ne sono stati per quella straordinaria.
Ma dietro l’abbandono dei BoCs non c’è solo il vile denaro. Forse pigrizia, forse indifferenza, forse mancanza di visione o voglia di dare lustro a qualcosa costruito da altri. Chi lo sa. Ma non è stata la mancanza di denaro a rovinare i BoCs.
La prova sta nei tentativi delle associazioni cosentine di chiederne l’affido, supportato da progetti seri e solidi, e dal silenzio dell’amministrazione, sempre piuttosto tiepida sul tema.
L’idea del consorzio culturale
Nel 2024 tre associazioni presentarono al Comune di Cosenza un’idea progettuale che prevedeva la creazione di un’ATS tra realtà culturali e associative del territorio: Musica contro le mafie, Be Alternative ed Emmekappa, con l’obiettivo di ottenere l’affidamento e la gestione dell’intero complesso dei BoCS Art sul viale Norman Douglas.
Si tratta di associazioni molto note sul territorio non solo provinciale, ma regionale, e che da molti anni organizzano eventi di risonanza nazionale.
Nel documento, le tre associazioni spiegavano di voler riportare i BoCS alla loro funzione originaria di residenza artistica internazionale permanente, dopo anni di progressivo deterioramento della struttura. La proposta partiva da una constatazione molto netta sulle condizioni del complesso: secondo i promotori, almeno 18 dei 27 box risultavano ormai inutilizzabili, mentre gli altri necessitavano di interventi urgenti di manutenzione, sostituzione degli arredi e ripristino degli impianti.
L’idea era quella di trasformare l’area in un “BoCs Art Hub”, un polo creativo e culturale stabile capace di attrarre artisti, professionisti, musicisti, studenti e operatori culturali da tutta Europa attraverso una rete internazionale di residenze artistiche. Le associazioni immaginavano il lungofiume Crati come un campus culturale permanente dedicato ad arte contemporanea, formazione, innovazione e inclusione sociale.
Per sostenere economicamente il progetto, il consorzio puntava ad attivare bandi pubblici, sponsorizzazioni private, crowdfunding e partnership nazionali già esistenti con realtà come Legacoop, Unipol e la rete DOC, oltre al coinvolgimento di istituti italiani di cultura all’estero, chiedendo al Comune un semplice affiancamento di due anni per le utenze.
Questo progetto serio, solido e a lungo termine, sostenuto da tre delle più importanti realtà culturali del territorio, fu talmente preso in considerazione che nessuno gli diede mai seguito. Dal Comune si limitarono a informare che non si poteva procedere perché a breve, così dissero, sarebbe stato pubblicato un bando per l’affido dei BoCs. Bando che non ha mai visto la luce.
Anche perché il bando sarebbe nato già morto, perché i costi di gestione, uniti a quelli del restauro e della manutenzione, sarebbero stati insostenibili per chiunque non avesse in mente una visione ampia e collegata a una rete, fedele allo spirito artistico con cui i BoCs erano stati creati, una delle più grandi residenze artistiche d’Europa.
Nascita luminosa e fine impietosa
Nel dicembre 2012, con la determina dirigenziale n. 2737, fu aggiudicata la gara d’appalto dei BoCs con l’importo netto di € 1.931.169, quasi due milioni. Nel giro di un anno i 27 cubi vennero alla luce: piccole case in legno e vetro, realizzate in fabbrica e assemblate sul posto, residenze modulari e autonome in tutto e per tutto, con all’interno riscaldamento, acqua corrente e letti, disegnate secondo i dettami di un’architettura che sposava estetica, design minimal, arte contemporanea. L’idea era creare un lungo percorso che da piazza Bilotti, continuando lungo corso Mazzini, attraversando il ponte Mario Martire, approdasse al viale degli Artisti.
Vernissage, artisti, residenze: nei loro pochi anni di vita i BoCs hanno visto un po’ di luce. E avrebbero potuto riaccendersi, solo che, come sempre accade nei cambi di amministrazione, si tende a ricominciare tutto daccapo, magari eliminare per ricostruire cose nuove o ignorare finché si vedono le crepe.
Vedi il caso delle piste ciclabili su via Sertorio Quattromani e area Due Fiumi, eliminate per far posto alle prosaiche strisce blu (e il traffico è rimasto tale e quale), o della famosa piazzetta Rodotà della scuola di via Roma, eliminata senza colpo ferire dopo neanche due anni di vita, perché una promessa elettorale è una promessa elettorale, anche se i soldi buttati sono pubblici. Per non parlare del Planetario, semidistrutto dall’incuria e dai vandali che hanno depredato tutto quello che c’era da rubare, che però, nel pieno del degrado e della desertificazione, ha visto anche l’intitolazione, due anni fa, di una sala al compianto Piero Angela. Almeno così sembra.