La visione di Monsignor Augusto Lauro, la Chiesa come "Comunità aperta"
di don Ennio Stamile*
Per chi come me si sforza di credere, sa che nulla succede a caso. Il fatto che la notizia della morte del caro vescovo mons. Augusto Lauro, mi abbia raggiunto all’indomani del mio ritorno in Benin, terra africana molto amata dal compianto presule, che al contempo lo ha molto amato ed apprezzato, non è un semplice caso. Al di là della non poca sofferenza di non poter partecipare alle esequie di chi, come Lui, ha saputo accogliere con rara attenzione la mia vocazione sacerdotale, mi è sorta subito la domanda: perché la sua morte mentre mi trovo qui? Ho pensato, allora, che forse mons. Lauro volesse lasciarci un suo ultimo messaggio, che fosse un po’ la sintesi del suo ministero sacerdotale ed episcopale: umiltà ed attenzione incondizionata per i poveri, gli ultimi.
Non è un operazione semplice fare spazio al suo pensiero quando i ricordi sono tanti, alcuni di natura squisitamente personale e familiare. Il rischio sempre in agguato, è quello di scadere nei personalismi e nella vuota retorica, che mons. Lauro aborriva. Mi sforzerò di raccontare semplicemente alcuni episodi della sua vita ai quali, non certo per caso, ho avuto la fortuna di essere presente. Per mons. Lauro, umiltà e attenzione agli ultimi non hanno rappresentato un semplice flatus vocis, ma li ha raccontati attraverso la sua vita, fatta di preghiera intensa ed attenzione alla persona, ad ogni persona e ad ogni singola comunità.

Il sinodo diocesano da lui fortemente voluto negli anni 96-97 sono la prova di una idea di Chiesa “comunità aperta” secondo lo spirto e la lettera del Concilio Ecumenico Vaticano II. Attenzione ai reali bisogni delle persone, alle loro concrete aspirazioni, diritti, attese ed esigenze, ascoltate e tradotte in dinamiche pastorali sempre bisognose di essere adeguate ad un “mondo che cambia”. Volutamente ho utilizzato il termine “reali” bisogni e non semplicemente di attenzione alla realtà. Lo scrittore Daniele Mencarelli è uno di quei pochi autori che ci aiutano a distinguere bene i due termini: «La realtà è l’insieme delle abitudini che rendono tutto sempre uguale e sicuro, il reale invece è ciò che si manifesta quando un evento apre una finestra nel ripetersi dei giorni e opere, imponendo un risveglio: malattia, innamoramento, lutto, nascita… Per rimanere nella realtà si può anche dormire, tutto va avanti e si vive per sentito dire o per procura; per stare nel reale, invece, occorre essere prima svegli e poi coraggiosi».
Attratti come siamo dai titoli e dalle poltrone, (mons. Lauro certo non lo è mai stato) dimentichiamo il sapere ed il sapore dei termini che transitano dalle nostre labbra senza mai essere del tutto compresi. Come la parola vescovo ad esempio, che l’etimo greco espiscopos ce la fa comprendere e gustare come, “sorvegliante, guardiano”. Per sorvegliare occorre essere desti ed anche coraggiosi, agire prontamente quando le comunità corrono il rischio di essere schiacciate nella loro libertà e dignità da un potere criminale che in Calabria si chiama ‘ndrangheta.
Mons. Lauro, nel giugno del 1980, ebbe il coraggio di salire sul palco in Piazza del Popolo a Cetraro assieme ad Enrico Berlinguer, all’indomani del macabro omicidio di Giannino Losardo, per denunciare ogni forma di violenza e di sopruso. Stava nel reale mons. Lauro perché la sua umiltà, figlia di una preghiera autentica, gli consentiva di ascoltare in profondità il vasto mondo di quella umanità di cui ognuno di noi è portatore, fatta di fragilità e di bisogni concreti: lavoro, famiglia, casa, salute educazione all’impegno civile e responsabile per la polis.
Ricordo che un mattina, da poco entrato in propedeutica mi chiamò in episcopio per chiedermi di dargli una mano ad accogliere una delegazione vaticana. «Scusa – mi disse – scendi giù in cucina e aiuta la signora Emma a preparare qualcosa. Mi raccomando vedi ciò che manca». “Donna Emma”, come la chiamavamo un po’ tutti, era la sua anziana perpetua preposta alle vicende domestiche che negli ultimi anni del suo ventennale episcopato a San Marco 1979-1999, a ruoli invertiti, quando era lei stessa ad averne bisogno a causa della salute molto inferma, non ha mai cessato di accudire in prima persona. Sapeva bene di non avere proprio nulla se non il necessario per la cucina giornaliera.

Un primo, grande insegnamento, verso un giovane seminarista, non fatto da parole altisonanti, e da inutili e vuote omelie, ma attraverso il gesto di chi da sempre ha scelto di possedere solo e soltanto il necessario. Quando nel 1993 il dottor Carlo Costarella, che da circa dieci anni già prestava il suo servizio medico in Benin ed in altre parti dell’Africa, gli propose la costruzione di un presidio ospedaliero per le popolazioni più povere dei villaggi lacustri del fiume Ouemé, la sua prima reazione a quella proposta fu, “bene preghiamoci sopra”. Dopo qualche giorno chiamò Carlo e gli disse di accettare la proposta e di affidare alla provvidenza di Dio quell’ambizioso progetto. Dopo circa un anno venne costruito un primo padiglione e nel 1998 un secondo.
All’inaugurazione della prima struttura ospedaliera partecipò con due sacerdoti della stessa Diocesi, i compianti don Saverio Bellusci e don Sebastiano Brusco, di cui proprio oggi, 8 marzo, cade il primo anniversario del suo ritorno alla casa del Padre, oltre all’immancabile Carlo Costarella ovviamente. Fu una celebrazione eucaristica che ancora oggi in molti qui in Benin ricordano. Canti e preghiere che salivano dal cuore di una popolazione povera ma fiera e ricchissima di tanta fede ed umanità, che salutava l’evento con una gratitudine davvero indescrivibile. In molti che hanno partecipato a quel momento eucaristico rimane il ricordo indelebile della voce di mons. Lauro che pronunciò la sua omelia letta in francese. Una voce che non si può dimenticare, dolce e calda. Tipica chi, come lui, ha sperimentato la beatitudine dei miti, facendo delle beatitudini evangeliche la sua identità di cristiano e la sua impronta di vescovo. Grazie infinite don Augusto, per essere stato padre ed autentico maestro. (*Rettore UniRiMI – Università della ricerca della memoria e dell’impegno “Rossella Casini”)