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17/02/2026 ore 19.00
Società

L’esondazione del Crati e la diga di Tarsia, il Prof. Paolo Veltri: «Commessi gravi errori di valutazione» | VIDEO

L’ex professore di Ingegneria idraulica dell’Unical analizza l’eccezionale ondata di maltempo dei giorni scorsi e il comportamento dei fiumi che scorrono nel cosentino. Poi punta il dito contro una parte del mondo accademico: «Molti colleghi hanno preferito tenere nei cassetti i propri studi sulla difesa del suolo, anziché renderli pubblici come ho fatto io»

di Emilia Canonaco

Nel giorno più buio di Cosenza - dacché è iniziato il nuovo anno - Paolo Veltri si è alzato all’alba e, alle sei, era già nel cuore della città vecchia, lì dove l’acqua del fiume aveva preso a ribollire: «Vista la forte intensità della pioggia, sentivo che sarebbe sicuramente successo qualcosa».

Già preside della Facoltà di Ingegneria dell’Unical, e a lungo professore ordinario di Ingegneria idraulica, Paolo Veltri - sotto la pioggia battente - non ha esitato un attimo, ed è uscito di casa per andare a documentare in prima persona le conseguenze di un’eccezionale ondata di maltempo.

Nella memoria del suo telefono cellulare è rimasta impressa la foto del ponte Alarico - nel momento di massima piena del Busento - poco prima della confluenza con il Crati. Intanto, poco distante, l’irruenza del fiume continuava a scavare: «La porzione di strada adiacente all’istituto scolastico di piazza Spirito Santo è franata praticamente sotto ai miei occhi. Quando sono giunto sul posto, non era ancora successo niente».

Nel linguaggio tecnico è conosciuto come sifonamento. Il professore Paolo Veltri spiega: «L’acqua del fiume, con la sua energia e con la sua forte capacità erosiva, è riuscita a scavare una cavità al di sotto dell’argine. Un fenomeno analogo si è verificato poco più avanti, nel Comune di Zumpano».

Grazie ai dati sulle precipitazioni messi a disposizione dall’Arpacal, il professore Paolo Veltri ha realizzato un grafico che restituisce con precisione scientifica la situazione registratasi nella mattinata del 13 febbraio. L’immagine è ferma sullo schermo, mentre lui fa un parallelismo con il nubifragio che si abbatté su Cosenza nel novembre del 1959: «A quei tempi, il ponte Alarico poggiava su più pilastri, in prossimità dei quali si accumularono tronchi e detriti trasportati dal fiume. Si formò come un grande tappo, che fece tracimare le acque verso le zone abitate circostanti. Questa volta, invece, fortunatamente gli argini hanno retto e la città si è salvata».

Ben più gravi, invece, le conseguenze registrate nella Sibaritide, dove il fiume Crati ha esondato in sette diversi punti, tra il comune di Corigliano Rossano e quello di Cassano all’Jonio. Complice anche la diga di Tarsia, la cui gestione nelle ore dell’emergenza tante polemiche ha suscitato, e continua a suscitare.

Il professore Paolo Veltri chiarisce: «La diga di Tarsia è nata per finalità legate all’irrigazione. Col tempo però, la normativa ha stabilito che tutte le dighe, comprese quelle realizzate per produrre energia elettrica, devono poter assicurare un volume di ritenuta utile per la cosiddetta laminazione delle piene. Vuol dire che la diga deve essere dotata di una capacità di invaso tale che, se arriva una piena, essa sia in grado di trattenerla, in tutto o anche soltanto in parte».

Il professore Paolo Veltri aspetta che si faccia luce sulle responsabilità, ma intanto precisa: «Credo che siano stati commessi alcuni gravi errori di valutazione. La piena del fiume Crati impiega sette/otto ore per raggiungere Tarsia da Cosenza: chi ha operato presso la diga, lo ha fatto con largo anticipo».

In chiusura, Veltri punta il dito contro il mancato utilizzo delle risorse destinate alla realizzazione di opere di protezione civile: «Nell’ambito del PNRR, sono stati stanziati circa cinquantotto milioni di euro, ma soltanto una minima parte di queste risorse è stata poi realmente utilizzata».

Quindi, una critica nei confronti del mondo accademico, del quale ha fatto lungamente parte: «Io non ho mai avuto difficoltà a condividere i risultati delle mie ricerche. Altri miei colleghi, invece, hanno preferito tenere i propri studi sulla difesa del suolo dentro a un cassetto, forse per eccessiva gelosia».