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16/05/2026 ore 12.25
Società

Lista Nova, Ferdinando Fazio rompe il silenzio: «Servono risultati, non slogan»

Il candidato al Senato Accademico parla di rappresentanza studentesca, servizi, campus e delle divisioni interne alla lista: «Le separazioni? Divergenze di visione. Io voglio lasciare l’università migliore di come l’ho trovata»

di Ernesto Mastroianni

L’intervista a Fedinando Fazio avviene davanti a un buon caffè, tra il brusio dell’università e il clima acceso di questa nuova tornata elettorale. Studente del corso di laurea magistrale in Economia Aziendale e Management, già laureato triennale in Economia Aziendale, attualmente consigliere di Dipartimento presso il Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche, ha deciso di candidarsi al Senato Accademico tra le fila di Lista Nova.

Durante la chiacchierata sono stati toccati i temi più delicati di questa campagna elettorale, soprattutto sulla questione politica che più sta facendo discutere nei corridoi universitari. In questa tornata, infatti, dentro Lista Nova mancano molte delle associazioni studentesche che avevano fatto parte della precedenti esperienza elettorale del 2024. Una scelta? Una frattura? Un nuovo equilibrio?

Quali sono le principali motivazioni che l’hanno spinto a candidarsi al ruolo di senatore accademico e quale idea di università intendi rappresentare?
«La mia candidatura non nasce da un’ambizione personale, ma dalla volontà di continuare a fare, in modo più incisivo. Mi candido perché ad oggi l’Università funziona, ma non funziona abbastanza bene. Ci sono ancora troppi passaggi inutili, troppa frammentazione, troppe incoerenze tra servizi che dovrebbero essere collegati. Questo si traduce in tempo perso e disagi quotidiani per gli studenti. L’idea di Università che voglio rappresentare è un’università più semplice e più concreta: meno burocrazia, più accesso; meno sistemi separati, più integrazione, meno teoria scollegata, più strumenti utili».

In che modo pensa di dare voce concreta agli studenti all’interno degli organi decisionali dell’ateneo?
«La rappresentanza non è fare dichiarazioni, è ottenere risultati. L’università ha bisogno di chi porta risultati misurabili e che riesce ad ottenere risultati concreti. Per questo è necessario entrare nel merito, perché è li che si vede la differenza, nel nostro programma di lista parliamo di servizi concreti, didattica che funziona, connessione con il territorio e il lavoro. Proponiamo tutte cose che si possono verificare: o si fanno o non si fanno e io mi assumo la responsabilità di dire che queste cose le faremo. Dare voce agli studenti in maniera concreta significa tutto questo e trasformare le esigenze in proposte attuabili e il mio modo per dare voce ai miei colleghi, modo che si basa su 3 elementi: raccolta strutturata delle criticità, costruzione di soluzioni tecnicamente sostenibili e monitoraggio dei risultati».

Quali interventi ritiene prioritari per migliorare la qualità della didattica e dei servizi offerti dall’università?
Le priorità sono chiare. Sulla didattica, serve uscire da un modello troppo teorico: più tirocini, più attività pratiche, più competenze reali. Oggi il mondo del lavoro va più veloce dell’università, e questo va colmato. Sui servizi, il problema principale è la frammentazione: troppe piattaforme, troppi passaggi. Serve un sistema integrato,. Sul diritto allo studio, ci sono ancora incoerenze evidenti, come nel caso delle fasce ISEE tra borsa e mensa. A parità di condizione economica devono corrispondere gli stessi diritti. E poi c’è la vita nel campus: mobilità, servizi essenziali, spazi. Sono aspetti concreti, ma incidono ogni giorno sulla qualità della vita degli studenti».

Parla di "migliorare la vita nel campus dell’Unical", ma finora alcuni senatori accademici che l’hanno preceduta, hanno operato benissimo su questo aspetto: perché gli studenti dovrebbero credere che adesso farà la differenza?
«Gli studenti non devono credere che io farò la differenza perché lo prometto, ma perché il nostro metodo è diverso: non partiamo da slogan, partiamo dai problemi concreti e li trasformiamo in obiettivi misurabili. Riconosco il lavoro fatto da chi ci ha preceduto, soprattutto sulla vivibilità del campus. Sarebbe scorretto negarlo. Ma oggi il punto non è dire “prima non è stato fatto nulla”, il punto è dire che quello che è stato fatto va consolidato, completato e portato a sistema.La differenza che voglio fare è questa: passare dagli interventi singoli a una visione organica del campus, su trasporti, residenze, sicurezza, servizi, aule, mense e benessere. Non voglio intestarmi battaglie già vinte: voglio prendere ciò che funziona, migliorarlo e pretendere continuità dall’Ateneo.La rappresentanza non è ricominciare ogni volta da zero: è costruire un pezzo in più. E io mi candido per fare esattamente questo».

Nella scorsa tornata elettorale alcune compagini associative erano presenti nella Lista Nova, mentre oggi non ne fanno più parte: come spiega questo allontanamento? Si tratta di una mancata collaborazione o, come qualcuno teme, di una difficoltà nel rispettare gli accordi stipulati?
«Si tratta di un’evoluzione legata a differenze di visione e di impostazione politica. Nel tempo, alcune realtà hanno scelto percorsi diversi, ed è un passaggio fisiologico in qualsiasi contesto associativo. Non lo leggerei come una mancata collaborazione o come una difficoltà nel rispettare accordi, ma come una ridefinizione degli equilibri sulla base di priorità e approcci differenti».

Quindi con chiarezza, si è trattato di una gestione non condivisa o di divergenze di posizioni?
«Parlerei principalmente di divergenze di posizioni. Quando non c’è più una piena condivisione degli obiettivi e del metodo, è naturale che si sviluppino percorsi distinti. È una dinamica normale, che porta a una maggiore chiarezza interna ai gruppi».

Può indicare una scelta concreta, anche scomoda, che sarebbe disposto a portare avanti in senato accademico, anche a costo di perdere consenso?
«Sì, e la dico in modo molto chiaro: sono disposto a sostenere qualsiasi scelta che vada realmente nella direzione del bene degli studenti, anche quando questo significa entrare in contrasto con equilibri consolidati o prendere posizioni impopolari. Il punto è proprio questo: spesso le decisioni più utili non sono quelle più semplici da portare avanti, perché toccano abitudini, interessi o rigidità del sistema. Per me il criterio è uno solo: l’impatto reale sulla vita degli studenti. Se una misura riduce disuguaglianze, semplifica l’accesso ai servizi, migliora la qualità della didattica o alleggerisce il carico economico, allora va sostenuta. Anche quando comporta un costo per l’Ateneo o richiede di rivedere meccanismi già esistenti. Penso, ad esempio, a interventi che rendano più equo il sistema contributivo, che eliminino incoerenze nei servizi o che garantiscano pari condizioni di accesso alle opportunità. Sono scelte che possono incontrare resistenze, ma che nel lungo periodo rafforzano l’università. Fare rappresentanza, in questo senso, significa assumersi la responsabilità di decidere, non limitarsi a seguire ciò che è più conveniente nel breve periodo. Se l’obiettivo è migliorare davvero l’università, bisogna essere disposti anche a prendere decisioni scomode. Alla fine, il punto è molto semplice. Noi non siamo qui per restare. Siamo qui per passare… e lasciare qualcosa. Se trasformiamo l’università in un posto dove si resta a oltranza, abbiamo già perso. Se la trasformiamo in un luogo che ti prepara a uscire fuori, allora ha senso. Io non voglio occupare uno spazio. Non voglio fare presenza. Voglio essere utile, finché ci sono. Poi andarmene. E lasciare questo posto meglio di come l’ho trovato. Votate, fatelo sapendo esattamente cosa state scegliendo. Unical, Buon Voto».