Maturandi sempre più dipendenti dall'IA, Scarfone: «Stiamo perdendo la nostra bussola biologica»
Secondo Skuola.net, il 75% dei maturandi si è affidato alle chatbot per la preparazione delle prove. Il docente di Informatica al liceo Scorza: «L’intelligenza artificiale non è la Bibbia, anzi omologa. Bisogna sempre coltivare la propria creatività»
Ormai ci fidiamo più dell'intelligenza artificiale che di noi stessi, e non è esattamente un buon segno. Secondo l'osservatorio di Skuola.net, che ha condotto un’indagine su un campione di 1000 maturandi, tre studenti su quattro di quinta superiore fanno uso (anche saltuario) di chatbot, con una percentuale pressoché raddoppiata negli ultimi due anni, dal 27% al 47%, per chi la utilizza quotidianamente.
Strumenti che, in teoria, dovrebbero semplificare i processi. Ma in pratica? Il filosofo francese Bernard Stiegler definiva la tecnica rimedio e veleno al tempo stesso, e forse non esiste assioma più calzante per descrivere l'influenza della tecnologia sul pensiero critico. È proprio qui che si inserisce il dibattito sull'IA come strumento di supporto, e non come produttrice essa stessa di significato.
Un tema che, nel pieno degli esami di maturità, assume un'attualità particolare, con il 75% degli intervistati che ammette di non averne potuto fare a meno per la preparazione delle prove. Di questo e di tanto altro ne abbiamo parlato con Marco Scarfone, docente di Informatica al Liceo Scientifico Scorza di Cosenza.
Il senso (ormai perso) di verificare e approfondire
Agli albori l'IA era percepita quasi come un gioco, oggi invece è parte integrante dello studio quotidiano. Il rischio, in tal senso, è la perdita del processo critico che un tempo accompagnava la ricerca: «Bisogna governarlo – afferma il docente - perché i ragazzi adesso non fanno più ricerca, hanno tutto pronto e lo hanno a portata di click. È uso e abuso, purtroppo. E abbiamo perso anche il nostro rapporto con il cartaceo». Con le chatbot, aggiunge, il cortocircuito è ancor più evidente: «Basta scrivere un prompt, copiare e incollare. Bisognerebbe, però, quantomeno verificare ciò che l’IA restituisce – che molto spesso può contenere errori – e non prendere tutto per buono. Non è la Bibbia».
Un tempo anche un tema di italiano richiedeva fatica: «Prima dovevi spremerti le meningi per far uscire due, tre paginette. Magari erano anche scritte male, però erano tue». Un'osservazione che il docente estende anche fuori dalla scuola, fino al biglietto di auguri scritto dall'IA: «La capacità di ragionamento viene completamente azzerata, un po' come già accaduto con i navigatori satellitari. Stiamo perdendo la nostra bussola biologica».
Insegnare il quando e il come
Sul piano didattico, Scarfone afferma giustamente che non spetta all'insegnante spiegare come si usa una chatbot: «Non è che io devo dirgli come fare una ricerca, forse ne sanno più di me». La vera sfida è un'altra: «Sia la scuola che l'insegnante devono insegnare loro quando e come utilizzarla».
Insegnando una materia scientifica, individua un rischio specifico: «Alla base è tutto logica: se dobbiamo risolvere un problema, quel problema deve essere trasformato in un algoritmo. Se lo studente delega tutto alla macchina – e oggi, sempre secondo l’osservatorio di Skuola.net, il 38% dei maturandi fa svolgere esercizi pratici all’IA –sforzandosi solo nella scrittura del prompt, non allena il ragionamento astratto e il problem solving».
Dai compiti a casa agli esercizi in classe
Arriviamo, dunque, al cambiamento più concreto e alla riflessione forse più rilevante. Per anni i compiti a casa sono stati considerati l’allenamento principale per prepararsi adeguatamente alle varie materie, oggi questa metodologia ha forse perso la sua efficacia: «Le risposte sono, nella maggior parte dei casi, omologate. Tutti presentano la stessa soluzione del problema senza capirne il perché. Per questo ho spostato gli esercizi in classe: in questo modo posso monitorare direttamente gli studenti e “costringerli” a impegnarsi in quel momento. Solo così sono sicuro che gli è rimasto qualcosa».
E poi aggiunge: «Cambia anche il modo in cui noi insegnanti valutiamo. Perché, se prima lo studente portava gli esercizi con il risultato giusto ci si poteva fidare. Oggi, però, che il prodotto lo restituisce molto spesso un’IA, bisogna valutare cosa di quell’esercizio è rimasto allo studente e il come ha raggiunto quel risultato».
Non tutti, fortunatamente, seguono la stessa deriva: «Abbiamo dei ragazzi che preferiscono sforzarsi – osserva con sollievo il docente -. Non vogliono essere aiutati, dicono: “Ci devo riuscire io perché è più stimolante». Per molti, però, il rapporto con l'IA è ai limiti del paradossale: «C'è gente che scrive un prompt per scrivere un altro prompt. Non riuscire persino a dare delle indicazioni è preoccupante».
Non a caso, come evidenzia l’osservatorio sopracitato, il rapporto tra studenti e intelligenza artificiale è sempre più stretto, visto che il 23% degli intervistati ammette di preferire il confronto con la chatbot piuttosto che con i compagni di classe, mentre il 19% la utilizzerà come coach per il ripasso orale.
Alla domanda finale su cosa direbbe a uno studente che usa l'IA ogni giorno, dunque, Marco Scarfone è chiaro: «Il ragazzo deve avere lo strumento come aiuto, non come sostituto: il ragionamento deve essere un appannaggio della persona, non dell'intelligenza artificiale». E conclude con un avvertimento professionale: «Bisogna coltivare ragionamento e creatività, perché è quello che contraddistingue le persone l'una dall'altra: l'intelligenza artificiale omologa, la persona crea. Altrimenti si rischia di essere i primi a perdere il posto di lavoro».