«Mio figlio è invisibile»: la dolorosa lettera di una mamma di Cosenza sull’inclusione negata
Duro atto d'accusa contro il sistema scolastico: «Mio figlio vedeva i compagni solo alla ricreazione. L'inclusione non può restare una parola scritta nei documenti. Chiedo aiuto alle Istituzioni»
Sono la mamma di Leo, M.E.
Leo non è il suo vero nome: l’ho scelto io per proteggere mio figlio, perché il suo sorriso e la sua storia meritano rispetto e privacy. Leo ha una disabilità ai sensi del comma 3, articolo 3, L. 104/92. Io ho due mani, due occhi stanchi e un cuore che batte a ritmo dei suoi bisogni.
Il nostro desiderio era vivere la scuola primaria con gioia e fierezza, con amore e tanta inclusione. Diritti che a Leo sono stati calpestati. Dopo una meravigliosa scuola dell’infanzia con una maestra idilliaca, siamo stati travolti da un tormentato inizio di primaria. Abbiamo cambiato due scuole. Abbiamo avuto maestre non abilitate al sostegno. Abbiamo pagato educatori di tasca nostra per mesi. Leo ha ripetuto la prima elementare.
Poi siamo arrivati in una piccola realtà, una scuola un po’ fuori porta per noi che abitiamo al centro di Cosenza. Una scuola dove si respirano classi piccole, genitori apparentemente inclusivi e dove il nostro rappresentante di classe si preoccupa di mediare con il fotografo per un piccolo fotomontaggio. Così anche Leo può avere la sua prima foto con i suoi compagni di classe e con il suo fiocco blu.Perché nessun maestro si è preoccupato di contattarmi, neppure per dirmi: «Mi porti Leo almeno per la foto di classe. Dieci minuti: io ci sono e me ne occupo io». Felici tutti lì, come se Leo non esistesse nella 1B.
Vi starete chiedendo perché del fotomontaggio? Perché Leo, purtroppo, in più occasioni nell’anno ha dovuto fare ricoveri in Day Hospital. Prende farmaci e deve essere sempre tenuto sotto controllo: prolattina, elettrocardiogramma e dosaggio del farmaco. Ovviamente in un centro fuori dalla nostra regione. E chi non lo vive, non può capire.
Per Leo, la scuola quest’anno non è stata solo piena di ricoveri in DH, farmaci, maestri e figure di sostegno “volanti”. È stata una scuola finita, si può dire, ad aprile. Perché, avendo cambiato più farmaci con assunzioni in orari diversi e non sapendo quali controindicazioni avremmo avuto, il team di medici ha deciso di tenerlo a casa fino a quando non ci fossero stati miglioramenti.
E in questo mese e mezzo, nessuna maestra della classe di Leo si è preoccupata di mandare un messaggio vocale, un bacio, un disegno, un video in cui i compagni potessero salutarlo. Nessun disegno recapitato, nessun segno che urlasse: «Noi, nonostante tutto, vogliamo bene a Leo». Sono stata contattata dal maestro tramite WhatsApp solo per leggere: «Ci sono novità?», come se fosse un’offerta del banco frigo del Conad.
E il secondo messaggio: «Abbiamo l’ultimo giorno il GLO». Sorvolo, respiro e mi calmo. Rispondo, ma soprattutto mi ripeto: l’anno prossimo, quale altro maestro anaffettivo mi capiterà?
Passano i giorni e scrivo al maestro di sostegno con gioia: «Giuseppe rientrerà il 03/06/2026 dopo più di un mese». Lui cosa mi risponde? Che per quel giorno sarà assente e che era meglio comunicarlo alla responsabile del sostegno! Si coprono fino alla fine. Nessun «Sono felice che il piccolo ritorni». No: «Sarò assente, come sempre». Un giorno mio figlio rientra e sono chiamata dalla responsabile del sostegno nel pomeriggio, per avere notizie sull’andamento di Leo.
Adesso io chiedo solo aiuto alle istituzioni, a chi è di competenza, al Provveditorato agli Studi, dove sono riuscita a inviare diverse email e lettere, piazzata lì a chiedere aiuto. Cerco amore, scuola, sostegno adeguato, comprensione per un bimbo di 7 anni che deve andare a scuola e viverla davvero. Leo fa tutti i giorni terapie: cognitiva comportamentale, logopedia e piscina con la Nemo. È un bimbo seguitissimo, perché sappiamo che è un sostegno non facile, ma niente è impossibile con le strategie giuste. Noi alla scuola abbiamo proposto di tutto: terapiste a scuola, inviti al maestro nei centri di terapia, contatti per poterci confrontare nei momenti di difficoltà, perché ci sono, vuoi o non vuoi!
Ma la scuola, questa piccola scuola che mi sembrava la salvezza, ha deciso di affidare un caso così importante a un supplente che non solo non era abilitato al sostegno, ma non molti anni prima faceva il fotografo.Abbiamo dovuto attivare anche il diritto allo studio. Il supplente mancava ogni settimana: il lunedì, il venerdì e il giovedì, se ne aveva bisogno.
Nei fatti, nel mese di febbraio è riuscito a mancare 18 giorni su 28. Diciotto giorni su ventotto sono troppi. E il piccolo stava con chi capitava, calpestando il diritto almeno a una continuità annuale.
Ha passato la maggior parte dei giorni della settimana nella sala agorà, oppure riunivano i bimbi “speciali” in un piccolo gruppo fuori, oppure in ambienti dedicati.Mio figlio vedeva i suoi compagni solo durante la ricreazione, e lì accadeva che, dall’emozione, gli scappasse un abbraccio forte, troppo forte, oppure un morso per la troppa felicità. Un bimbo che dava troppo fastidio in classe, e forse anche in palestra, nei corridoi, in libreria, ovunque a scuola. Tanto da costringermi a stare tutte le mattine fuori scuola, in attesa dei messaggi del maestro: «Oggi è il caso che Leo torni a casa», «È nervoso, ha picchiato». E se non arrivavo subito, mi chiamavano le collaboratrici o addirittura la dirigente.
Ecco: questo mio secondo anno di prima elementare mi è costato un’aspettativa straordinaria, una riduzione delle ore del mio lavoro, ma soprattutto una forma di ansia che mi porto addosso. Ieri sera, provata dalla giornata, ho scritto a un’amica: «Ho bisogno di un Mi Calmo». Lei mi ha risposto con il nome di un integratore per bambini. Io invece parlavo di me, di quella frase che ci ripetiamo tutte le mamme quando non ce la facciamo più: «Mi calmo. Respiro. Ce la faccio».
Vi scrivo perché nessuno parla di noi.Delle mamme che la notte non dormono, che imparano termini medici a memoria, che si rimettono a studiare per entrare nel mondo del loro bambino in punta di piedi. Delle mamme che ridono e piangono nello stesso minuto, che vorrebbero solo cinque minuti per dire «Mi calmo» senza sentirsi in colpa. E, delle volte, portiamo un livido dopo una crisi comportamentale. Ma quel livido rimane nel cuore, perché non vorresti mai vederlo così addolorato. Faresti di tutto per prenderti tu il dolore al suo posto.
Leo mi ha insegnato che l’amore non è perfetto. È stropicciato, è paziente, è ripetere cento volte la stessa cosa. È scegliere lui, ogni giorno, anche quando sei a pezzi.Non chiedo pietà. Chiedo solo che il mondo guardi anche noi. Che capisca che, dietro ogni bambino “speciale”, c’è una mamma “normale” che fa cose straordinarie con forze normali. E che l’inclusione non è una parola nei documenti: è una maestra che resta, è una scuola che accoglie, è un genitore che media per una foto, è un diritto rispettato. È un messaggio vocale. È un disegno. È un “bentornato”.
Grazie per avermi letto. Se queste righe arrivano anche a un’altra mamma stanca, allora non le ho scritte invano. Ribadisco: al maestro di sostegno chiedo solo questo: fatelo con il cuore, oltre che con la professionalità. Non fatelo solo per portare uno stipendio a casa.
M.E. la mamma di Leo