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14/01/2026 ore 13.16
Società

“Montagna vera” o montagna esclusa: i professori scrivono a Calderoli

Lettera aperta di decine di docenti universitari, anche dell’Unical, contro la nuova classificazione dei Comuni montani. Tra i firmatari anche professori dell’Università della Calabria: «Criteri vecchi, rischio nuovi divari»

di Redazione

Una presa di posizione netta, articolata e trasversale arriva dal mondo accademico contro la nuova classificazione dei Comuni montani prevista dal recente DPCM attuativo della legge n. 131 del 2025. Una lettera aperta indirizzata al Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, mette in guardia dal rischio di una definizione riduttiva e politicamente divisiva della “montagna italiana”, capace – secondo i firmatari – di acuire i divari territoriali anziché colmarli.

Il documento è stato sottoscritto da decine di professori universitari di tutta Italia, espressione di discipline diverse – dalla geografia alla sociologia, dall’urbanistica al diritto costituzionale – e vede anche la firma di docenti dell’Università della Calabria, tra cui Rosanna Nisticò, Vito Teti, Domenico Cersosimo, Alessandra Corrado e Roberto Fanfani, a conferma di una forte attenzione del mondo accademico calabrese verso le ricadute che la nuova classificazione potrebbe avere sui territori interni e montani del Sud.

Nel testo, i professori contestano l’impianto del provvedimento, ritenuto ancorato a criteri superati e incapace di cogliere la complessità della montanità contemporanea.

«La nuova classificazione dei comuni montani prevista dal DPCM – scrivono – racchiude una sforbiciata dei Comuni montani finora ritenuti tali dalla classificazione del 1952», evidenziando come, a distanza di oltre settant’anni, si torni paradossalmente a criteri semplificati e datati.

Secondo i firmatari, il limite principale del nuovo impianto normativo è l’aver imposto alla commissione tecnica soltanto due parametri – altimetria e pendenza – escludendo ogni altro elemento territoriale, sociale ed economico. «Dispiace che la commissione di sei esperti nominata dal Ministero avesse le mani legate in partenza», si legge nella lettera, «da un approccio che non distingue la condizione montana fra le diverse regioni del Paese e che finisce per favorire alcune aree, in particolare del Nord, a scapito di altre».

Una delle affermazioni più contestate è quella che accompagna il dibattito pubblico sulla cosiddetta “montagna vera”. «Non si dica che viene finalmente definita la montagna autentica», osservano i docenti, sottolineando come ogni classificazione territoriale sia il frutto di scelte politiche contingenti e, in quanto tali, modificabili. «Ogni definizione di montagna è politica e dunque relativa», ribadiscono.

Nel testo viene inoltre evidenziata una contraddizione strutturale: la riduzione del numero dei Comuni riconosciuti come montani non è accompagnata da un rafforzamento delle risorse economiche. «La selezione della platea degli aventi diritto si accompagna a un Fondo montagna che, dalla legge di bilancio 2022, resta invariato», osservano i firmatari, mettendo in discussione l’effettiva portata redistributiva della riforma.

Particolarmente rilevante è anche la critica all’assenza di riferimenti alla “montanità” intesa come condizione di vita e non solo come dato fisico. «Si dimenticano del tutto – scrivono – gli aspetti legati allo spopolamento, alla marginalità, all’assetto economico e alle condizioni reddituali», elementi che storicamente caratterizzano molte aree appenniniche e che risultano centrali per territori come quelli calabresi.

Il rischio denunciato è quello di una competizione tra territori montani, anziché di un’azione coordinata di rilancio. «Una selettività fondata solo su criteri orografici – avvertono – genera disparità di sostegno e aumenta i divari, mettendo le aree montane le une contro le altre».

Nella parte conclusiva, i professori allargano lo sguardo al contesto nazionale, sottolineando come il dibattito sulla classificazione stia oscurando i temi centrali per le comunità montane: diritti di cittadinanza, servizi essenziali, sviluppo economico e responsabilità dello Stato. «Quello che sembrava il vettore di nuove politiche – scrivono – rischia di diventare l’ostacolo alle opportunità che sindaci, cittadini, imprese e università delle zone montane auspicano».

Un appello, dunque, che non si limita alla tecnica normativa, ma chiama in causa la visione complessiva dello sviluppo delle aree interne, con un messaggio chiaro: la montagna italiana, e in particolare quella appenninica e calabrese, non può essere ridotta a una formula numerica.