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21/02/2026 ore 14.55
Società

Referendum magistratura, scontro sulle carriere tra timori e attese di riforma

A Corigliano-Rossano confronto tra Coppola e Moleti su separazione, Csm e rapporti tra poteri in vista del voto costituzionale di marzo 2026

di Emilia Canonaco

La riforma della magistratura torna al centro del dibattito pubblico in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026. A Corigliano-Rossano, nella “Cittadella dei Ragazzi”, l’Associazione Nazionale Forense – sezione di Castrovillari “Costantino Mortati” – ha promosso un confronto aperto tra giuristi e magistrati sulle modifiche agli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione. Un incontro partecipato, con avvocati, studenti e operatori del diritto, che ha messo al centro la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e il nuovo sistema di composizione del Consiglio superiore della magistratura. Sul palco posizioni opposte, espresse con toni netti ma argomentazioni tecniche. A margine del convegno abbiamo sentito il dottor Paolo Coppola, presidente della sezione lavoro del Tribunale di Napoli, schierato per il No e il dottor Federico Moleti, sostituto procuratore della Repubblica, favorevole al Sì.

Coppola: «Il No tutela l’equilibrio tra poteri»

Per Paolo Coppola la posta in gioco è l’assetto costituzionale dello Stato. Il magistrato parte da una premessa politica: il potere legislativo, sostiene, sarebbe oggi indebolito dal sistema elettorale basato su listini bloccati, con un ruolo determinante dell’esecutivo nella selezione dei parlamentari. In questo scenario, spiega, resterebbero due poli effettivi: governo e magistratura. Secondo Coppola, la riforma finirebbe per comprimere l’autonomia dell’ordine giudiziario, esponendolo al rischio di una maggiore influenza dell’esecutivo. «Il sì determinerebbe la riduzione di forza del potere giudiziario che diventerebbe sostanzialmente alla mercé del potere esecutivo», afferma. Il magistrato critica in particolare il meccanismo del sorteggio per la scelta dei componenti del Csm.

A suo giudizio non si tratterebbe di un’estrazione realmente ampia, ma di una selezione interna a listini già formati, con il rischio che gruppi organizzati risultino più compatti e quindi più incisivi rispetto alla componente togata non strutturata. Altro punto centrale riguarda l’unità tra funzione requirente e giudicante. Coppola respinge l’idea che la vicinanza professionale tra pm e giudici determini automatismi nelle decisioni. Richiama i dati sulle condanne, che si attesterebbero attorno al 50 per cento, come dimostrazione del fatto che non esisterebbe una saldatura pregiudiziale tra accusa e giudizio.

Sul piano delle eventuali criticità interne alla magistratura, il presidente di sezione sottolinea che gli strumenti correttivi esistono già. Chi subisce per primo le conseguenze di un errore, osserva, è il collega chiamato a intervenire per rimediare. Piuttosto che intervenire sull’assetto costituzionale, propone di potenziare i controlli interni e valutare anche strumenti tecnologici di verifica delle decisioni, con un passaggio successivo alla valutazione del dirigente dell’ufficio. «Il problema non è punire, il problema è evitare che compaiano i guai», conclude.

Moleti: «Il Sì completa il modello accusatorio»

Di segno opposto la posizione del dottor Federico Moleti. Per il sostituto procuratore presso il tribunale di Palmi la separazione delle carriere rappresenta un passaggio atteso da quasi quarant’anni, fin dall’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale. Richiama le parole del ministro Vassalli, che avrebbe indicato la distinzione tra funzioni come condizione per il corretto funzionamento del sistema. Moleti ricostruisce il passaggio dal modello inquisitorio a quello accusatorio. Nel primo, spiega, le prove erano in larga parte precostituite e la figura del pubblico ministero risultava strettamente collegata a quella del giudice in un impianto risalente anche all’epoca precedente alla Costituzione repubblicana.

Nel sistema attuale, invece, il pm opera in contraddittorio con la difesa, in una dinamica processuale che dovrebbe avvicinarlo maggiormente alla posizione dell’avvocato. Il pubblico ministero, aggiunge, non svolge soltanto una funzione di accusa, ma può anche promuovere soluzioni deflattive del contenzioso. In questo quadro, la distinzione delle carriere sarebbe coerente con la natura del processo. Sul sorteggio Moleti si dice favorevole. A suo avviso consentirebbe l’accesso ai nuovi organi di autogoverno anche a magistrati estranei alle correnti, evitando che il Csm si trasformi in un luogo dominato da gruppi organizzati. «Avremmo organi di alta amministrazione e non delle specie di mini parlamenti», osserva, sottolineando l’esigenza di pluralità.

Quanto al rischio di interferenze politiche, il magistrato lo definisce infondato alla luce del testo costituzionale. Nei nuovi Csm, evidenzia, i membri togati resterebbero pari al 66 per cento, mentre i laici sarebbero il 33 per cento. Una quota che, anche ipotizzando una compattezza politica, non raggiungerebbe la maggioranza necessaria per orientare le decisioni. «Si tratta di affermazioni prive di fondamento», afferma. Il confronto resta aperto. Il referendum chiamerà i cittadini a scegliere tra due visioni opposte dell’assetto giudiziario: continuità con l’impianto attuale o separazione netta delle funzioni.