Schadenfreude, la tortura dell’estremismo mediatico
Tutelare la persona offesa è imprescindibile, ma lo è anche difendere presunzione di innocenza, dignità e diritto a un giusto processo. La stampa dovrebbe interrogarsi sul limite tra informazione e condanna preventiva
Il copione è sempre lo stesso: un assalto mediatico alla persona accusata, apparentemente legittimato dal diritto di cronaca, ma trasformato troppo spesso in una forma di incontinenza mediatica. Questa volta l’attacco sembra persino più feroce. Forse perché non capita spesso di poter giudicare chi, per mestiere, giudica. Così in una nota Il Consiglio direttivo della Camera penale di Cosenza (Alessandra Adamo, Valentina Spizzirri, Francesco Chiaia, Fabrizio Loizzo, Giuseppe Manna, Angelo Nicotera, Guido Siciliano, Francesco Santelli, il Presidente Roberto Le Pera).
Sia chiaro: tutti pretendiamo che la persona offesa venga tutelata e che i fatti siano accertati in un processo giusto, serio e rigoroso. Ma da ore testate locali e nazionali stanno sottoponendo l’uomo prima ancora del magistrato a una pressione enorme, senza attendere che sia un giudice a stabilire responsabilità, fatti e verità processuale. Il rischio è quello di produrre conseguenze irreversibili prima ancora che inizi il processo.
Tutto per un titolo più aggressivo, per un click in più, forse cento, forse mille. Il giornalismo, quando cede a questa logica, smette di informare e comincia a inseguire il meccanismo dell’engagement. Più che giornalisti, “info-encer”: interpreti di un’informazione costruita per moltiplicare reazioni, indignazione, schieramenti.
È questo il punto che inquieta. In un sistema democratico il diritto di cronaca è essenziale, ma lo è altrettanto il rispetto dei diritti fondamentali, della presunzione di innocenza, della dignità personale e del confine tra informazione e gogna. In quest’inferno mediatico nel quale sta vivendo il giudice accusato, la posizione deve essere una sola: stare dalla parte dei diritti, non della condanna preventiva. La stampa dovrebbe interrogarsi proprio su questo: su quanto sia sottile, e quanto facilmente venga oltrepassato, il confine tra raccontare un fatto e contribuire a trasformare un’accusa in una sentenza.