Sicurezza a scuola, i metal detector non convincono. Arturi: «Non sono la soluzione», Trecroci: «Misura inattuabile»
Dopo la circolare del governo sui controlli negli istituti, parlano l’ex preside e l’attuale dirigente del Liceo Pitagora: «Serve prevenzione educativa e stabilizzazione di psicologi ed educatori. Gli istituti scolastici non sono nè carceri nè aeroporti»
L’omicidio avvenuto all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia ha riacceso con forza il tema della sicurezza negli istituti italiani. Dopo quell’episodio, il governo ha emanato una circolare congiunta dei ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi che apre alla possibilità di utilizzare metal detector nelle scuole, su richiesta dei dirigenti e con il coinvolgimento delle prefetture e delle forze dell’ordine, nei casi di rischio documentato.
Una misura che non impone varchi fissi, ma consente controlli mirati e temporanei. «Una libertà, non un’imposizione», l’ha definita il segretario nazionale Ugl Scuola a Dentro la Notizia. Il dibattito, però, è tutt’altro che chiuso. Anzi, divide profondamente la comunità scolastica.
Ne parlano ai nostri microfoni l’ex dirigente scolastico del Liceo Scorza Aldo Trecroci e l’attuale dirigente del Liceo Pitagora Alisia Rosa Arturi.
«La scuola non è un carcere nè un aeroporto»
Alcuni sostengono che, sul piano della prevenzione, l’uso dei metal detector possa ridurre il rischio che vengano introdotte armi o oggetti pericolosi a scuola. In questo senso possono rappresentare un deterrente, soprattutto alla luce di episodi gravi che si sono verificati nel nostro Paese.
La dirigente scolastica del liceo rendese, tuttavia, invita a considerare anche le possibili ricadute negative della misura: «Dal mio punto di vista si rischia di creare un clima di sfiducia. La scuola potrebbe apparire più come un aeroporto o un carcere che come un luogo educativo. A questo si aggiungono i costi elevati per l’acquisto degli strumenti e per il personale chiamato a gestirli. E, soprattutto, non si interviene sulle cause profonde del disagio giovanile e della violenza che oggi emergono in alcuni contesti».
Per Arturi la sicurezza non può ridursi a una questione tecnologica: «La sicurezza non dovrebbe basarsi solo su questi strumenti, ma insistere sull’educazione alla legalità, sulla gestione dei conflitti, sulla presenza stabile di psicologi scolastici. Bisogna puntare sulla collaborazione tra scuola, famiglia e territorio e su interventi mirati nei contesti più fragili».
Il metal detector, dunque, può avere senso solo «in situazioni straordinarie e temporanee, ma non deve essere visto come soluzione strutturale per tutte le scuole». Perché, aggiunge, «la sicurezza nasce soprattutto da rapporti sani, dalla relazione educativa che si instaura con e tra studenti e studentesse, dall’ascolto e dalla prevenzione».
Dirigere una scuola oggi significa muoversi su un crinale sottile: «Bisogna tenere insieme la sicurezza reale degli studenti, la serenità del clima scolastico, le aspettative delle famiglie, le pressioni mediatiche e istituzionali e la tutela giuridica personale. È un equilibrio non facile». Per questo, sottolinea, «il metal detector è una misura di sicurezza e anche un messaggio simbolico, ma va valutato se c’è un rischio concreto e documentato. Altrimenti si altera la percezione della scuola come comunità educativa».
Come si controllano migliaia di studenti? Le perplessità di un ex dirigente scolastico
Ancora più netto è il giudizio di Aldo Trecroci, che considera la misura inattuabile: «Abbiamo all’ingresso mille studenti che entrano alla stessa ora. Si creerebbero file di una o due ore. Non è adeguato il numero delle entrate né il personale. Il metal detector suona per tanti motivi: una cintura, un mazzo di chiavi, delle monete. Dovremmo controllare studente per studente, farli spogliare, come in aeroporto. È impossibile».
Per Trecroci la questione è anche di efficacia: «Se uno studente è davvero malintenzionato, può trovare altri modi per introdurre un’arma. Le scuole hanno finestre a piano terra, accessi diversi. Non è una soluzione che garantisce sicurezza». E – come Arturi – avverte: «La scuola non è il luogo della repressione. Non è una caserma. Non si possono attuare certe misure senza snaturarne la funzione».
L’alternativa, secondo l’ex preside, è un rafforzamento dell’azione educativa: «Quando una classe è problematica bisogna segnalarlo e chiedere supporti. Psicologi ed educatori devono essere figure strutturate. I docenti non devono essere lasciati soli».
Una proposta concreta riguarda l’organizzazione interna: «Se una scuola è in un contesto difficile si può derogare sul numero di alunni per classe, scendere da 27 a 20. Classi meno numerose permettono un controllo più capillare, un rapporto più diretto, un intervento educativo più efficace».
Sul punto Arturi insiste molto: «C’è una crescente fragilità emotiva tra i ragazzi: ansia, ritiro sociale, autolesionismo, difficoltà relazionali post pandemia». E poi, sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex collega: «Lo sportello psicologico deve diventare strutturale in tutte le scuole, non un progetto temporaneo. È lì che intercetti il disagio in tempo».
Entrambi concordano su un principio: la sicurezza è prioritaria, ma non può essere ridotta a un varco elettronico. «La prevenzione relazionale è molto più potente della prevenzione meccanica», ribadisce Arturi. E Trecroci conclude: «Bisogna lavorare sul clima, sul rispetto reciproco, sull’educazione. Il metal detector rischia di dare un’illusione di controllo, ma il vero presidio è la comunità educante».
Il confronto resta aperto. La circolare consente interventi mirati in presenza di rischi concreti, ma la sfida più profonda riguarda l’identità stessa della scuola: spazio di sicurezza, sì, ma prima di tutto luogo di crescita, ascolto e responsabilità condivisa.