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10/05/2026 ore 06.30
Società

Un gioiello nascosto nel centro storico di Cosenza. La Chiesa del Santissimo Salvatore

Fra iconostasi, incenso e canto liturgico: il Santissimo Salvatore di Cosenza racconta ancora oggi l’incontro tra Oriente cristiano e tradizione occidentale

di Ernesto Mastroianni

Nel centro storico di Cosenza, tra i vicoli che conservano ancora l’ombra dell'arte medioevale, esiste una struttura architettonica che appare diversa da tutte le altre: la Chiesa del Santissimo Salvatore — che molti conoscono semplicemente come “la chiesa greca” — essa rappresenta, infatti, uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi della Calabria: un punto d’incontro fra il mondo latino e la civiltà bizantina, fra la tradizione cattolica occidentale e l’antica spiritualità dell’Oriente cristiano.

Entrare in questa chiesa significa immergersi in una dimensione sospesa, dove arte, fede e memoria storica, convivono in maniera quasi irripetibile. Le icone dorate, il profumo d’incenso, il canto liturgico orientale e la presenza dell’iconostasi restituiscono immediatamente il senso di una tradizione che affonda le proprie radici nei secoli dell’Impero Bizantino e nella lunga storia delle comunità greco-albanesi dell’Italia meridionale.

Fondata nel 1565 dall’arcivescovo Tommaso Telesio, fratello del filosofo Bernardino Telesio, la chiesa nacque inizialmente come luogo legato all’adiacente complesso di San Francesco di Paola, sorta nel 1444. Solo secoli dopo divenne ufficialmente sede della comunità italo-albanese di rito bizantino appartenente all’Eparchia di Lungro.

Ma è soprattutto l’interno a rivelare la sua natura profonda. La chiesa custodisce un patrimonio artistico che appare come una straordinaria sintesi fra il linguaggio figurativo occidentale e la teologia delle immagini, tipica dell’Oriente cristiano.

L’arte bizantina, infatti, non nasce per decorare: nasce per rivelare. L’icona non è mai semplice pittura, è teologia dipinta, finestra sul divino, epifania del sacro.

Ed è proprio l’iconostasi (il muro sacro che separa il presbiterio dalla navata) il cuore simbolico dell’edificio. Realizzata in pietra da Pietro Fragale restituisce immediatamente il senso del rito orientale: il mistero non si mostra completamente, ma si lascia intuire attraverso immagini, gesti, canti e profumi d’incenso.

Sull’iconostasi dominano due grandi icone: il Cristo Pantocratore e la Panaghia, la Madre di Dio. Sono opere dell’iconografo greco Demetrio Soukaràs, artista che recupera la tradizione pittorica bizantina secondo i canoni antichi: fondo oro, frontalità ieratica, sguardi immobili e assoluti. Qui il volto di Cristo non cerca il naturalismo rinascimentale, non vuole “somigliare” all’uomo. Vuole, invece, manifestare il Logos eterno, il Cristo cosmico della tradizione orientale.

La rigidità apparente di queste icone è in realtà un linguaggio simbolico raffinato.

L’oro non indica ricchezza materiale, ma luce increata. Gli occhi grandi sono il segno della contemplazione. Le proporzioni alterate alludono a una corporeità spiritualizzata. È la stessa concezione estetica che attraversa l’arte di Costantinopoli, Ravenna, del Monte Athos.

L’icona, per l’Oriente cristiano, è parola visiva. Non illustra il sacro: lo rende presente.

Accanto alle icone principali compaiono quelle dell’Annunciazione, della Natività, dell’Ultima Cena, della Resurrezione e della Morte di Cristo.

Dietro l’iconostasi si conserva inoltre l’icona dell’Ascensione realizzata dall’iconografo albanese Josif Droboniku, altra testimonianza del legame profondo fra la Calabria arbëreshë e il mondo balcanico-orientale.

Sulle pareti laterali si incontrano invece le grandi icone della Natività di Cristo e del Battesimo nel Giordano, opere dell’italo-albanese Attilio Vaccaro di Lungro, illustre docente di storia medievale dell'Università della Calabria. Qui il colore assume una funzione quasi musicale: il blu intenso, il rosso porpora, il verde liturgico costruiscono una spiritualità cromatica che richiama le miniature bizantine e i mosaici ravennati.

Ma la chiesa non custodisce soltanto arte orientale. Nel suo interno convivono infatti anche importanti testimonianze pittoriche seicentesche occidentali. Sulle pareti laterali si sviluppano affreschi con figure di Apostoli, probabilmente realizzati nella seconda metà del 1600, mentre al centro campeggia una tela raffigurante il Trionfo del Redentore.

Questa convivenza di stili è forse l’aspetto più affascinante della chiesa: il naturalismo barocco e la trascendenza bizantina dialogano nello stesso spazio sacro.

Da una parte la teatralità occidentale; dall’altra l’immobilità metafisica dell’Oriente. In una nicchia, accanto all’altare maggiore, si trova inoltre una preziosa statua lignea dorata di Sant’Omobono, attribuita alla scuola napoletana della fine del Seicento. Anche qui emerge il legame con il barocco meridionale: movimento, oro, intensità emotiva.

Fra le opere più significative compare poi la tela dell’Immacolata Concezione fra angeli, dipinta nel 1847 da Raffaele Aloisio. L’opera appartiene ormai pienamente alla sensibilità ottocentesca, ma inserita in questo contesto sembra quasi testimoniare il lento sedimentarsi dei secoli dentro un’unica architettura spirituale.

La chiesa del Santissimo Salvatore non può però essere compresa soltanto attraverso le opere che custodisce. Bisogna comprendere il rito che vi si celebra. La liturgia bizantina è profondamente diversa da quella latina romana. Non è costruita sulla parola discorsiva, ma sull’esperienza simbolica e sensoriale del mistero. La Messa — chiamata Divina Liturgia — viene celebrata secondo la tradizione di san Giovanni Crisostomo. I fedeli rimangono spesso in piedi; il canto è continuo; l’incenso avvolge ogni gesto; il sacerdote entra ed esce dall’iconostasi come da una soglia celeste.

Anche la lingua liturgica mantiene il sapore dell’antico Oriente. Oltre all’italiano vengono utilizzati l’arbëreshë — l’antica lingua albanese conservata dagli esuli del Quattrocento — e il greco liturgico.

È straordinario pensare che nel centro storico di Cosenza sopravvivano ancora parole, melodie e formule rituali nate nel mondo bizantino medievale. È una memoria vivente della Magna Grecia.

Persino il matrimonio dei sacerdoti testimonia la differenza con la tradizione latina. Nelle Chiese cattoliche orientali di rito bizantino, infatti, gli uomini sposati possono essere ordinati sacerdoti. Non si tratta di una concessione moderna, ma di una pratica antichissima risalente ai primi secoli del cristianesimo orientale. I vescovi, invece, vengono scelti tra i monaci celibi.

Questo elemento racconta bene la struttura più comunitaria e familiare del cristianesimo orientale.

Il prete bizantino non appare separato radicalmente dalla vita quotidiana: vive spesso immerso nella comunità, nelle famiglie, nelle tradizioni popolari.

Anche sul piano sociale e civile, la Chiesa greco-bizantina ha mostrato nel tempo una notevole apertura culturale.

La comunità arbëreshë ha custodito la propria identità senza mai trasformarla in chiusura etnica. Al contrario, essa rappresenta oggi un esempio raro di convivenza fra tradizione e modernità, fra fedeltà liturgica e dialogo contemporaneo.

Nella spiritualità bizantina esiste infatti una forte attenzione alla dignità della persona, alla collegialità, alla dimensione comunitaria della fede.

La chiesa del Santissimo Salvatore diventa allora qualcosa di più di un monumento artistico. Diventa un archivio vivente della civiltà mediterranea. Dentro le sue icone sembra ancora risuonare la voce della filosofia dei Padri greci, la luce metafisica di Bisanzio, il misticismo del Monte Athos, la malinconia degli esuli arbëreshë approdati sulle coste calabresi dopo la caduta dell’Albania sotto l’Impero Ottomano.

E forse proprio qui sta il suo fascino più profondo: nel custodire una forma diversa di bellezza. Una bellezza che non cerca il realismo, ma la trascendenza.

Una bellezza che non vuole stupire, ma elevare. Una bellezza che nasce dal silenzio, dall’oro, dal canto e dall’attesa.

Nel cuore antico di Cosenza, la chiesa del Santissimo Salvatore continua ancora oggi a testimoniare che Oriente e Occidente, almeno per un istante, possono incontrarsi nello stesso sguardo.