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08/02/2026 ore 17.30
Sport

Sila3Vette: lo sport che racconta la montagna. L’ideatore: «L’ingresso della gara nel calendario mondiale Itra premia la Calabria»

L’intervista a Giuseppe Guzzo: «La fatica sportiva come strumento di promozione culturale e turistica, portando la regione sul palcoscenico internazionale delle competizioni outdoor»

di Battista Bruno

Giuseppe Guzzo è una delle voci più forti quando si parla di montagna in Calabria. Profondo conoscitore dell’altopiano della Sila, è stato ispiratore e motore di numerosi eventi legati allo sport outdoor, contribuendo a costruire una nuova narrazione della montagna calabrese. Con la Sila3Vette, diventata un appuntamento di rilievo nazionale e internazionale, ha saputo trasformare la fatica sportiva in uno strumento di valorizzazione territoriale. Lo abbiamo intervistato nella sua Camigliatello.

La Sila3Vette entra per il 2026 nel calendario mondiale ITRA: cosa rappresenta questo traguardo per la Calabria e per l’altopiano della Sila?
«L’ingresso della Sila3Vette nel calendario mondiale ITRA è un riconoscimento di grande valore per l’intera Calabria. Significa che l’altopiano della Sila viene finalmente percepito come un territorio capace di ospitare eventi outdoor di livello internazionale, rispettando standard organizzativi elevati. Per la Calabria è un passo decisivo in termini di reputazione e visibilità, per la Sila è un riconoscimento identitario: una montagna autentica, accessibile, sostenibile, che sa coniugare sport, natura e accoglienza anche d’inverno. È un punto di partenza per crescere ancora e per portare la Calabria sui palcoscenici internazionali dello sport di montagna».

Dieci edizioni non sono solo un numero. Guardando indietro, come è cambiata la Sila3Vette e come è cambiato il territorio grazie a questo evento?
«Dieci edizioni raccontano una trasformazione. La Sila3Vette è nata come una scommessa ed è diventata un progetto strutturato, mantenendo però intatta la propria identità. Siamo partiti nel 2017 con un solo percorso da 30 km, oggi l’evento comprende distanze che vanno dai 9 ai 260 km. Anche il territorio è cambiato: la Sila non è più solo uno sfondo naturale, ma un protagonista. Sentieri riscoperti, operatori locali coinvolti, turismo invernale e di bassa stagione valorizzato. È cambiata soprattutto la narrazione: da montagna “lontana” a montagna viva, accessibile, capace di attrarre atleti e visitatori che tornano anche oltre l’evento».

Quanto conta la memoria dei luoghi nella costruzione di un evento sportivo come questo?
«Conta moltissimo. Un evento non nasce mai in un vuoto geografico: attraversa luoghi vissuti, carichi di storie, lavoro e relazioni. Conoscere profondamente la Sila mi ha permesso di costruire un evento che dialoga con il territorio invece di occuparlo. Per me la memoria dei luoghi è anche personale: già nel 1954 mio padre dedicava la sua tesi alla valorizzazione economica della Sila, parlando di sviluppo equilibrato e futuro. La Sila3Vette si inserisce idealmente in quella visione: non sfruttare il territorio, ma attivarlo e renderlo riconosciuto. La memoria non è nostalgia, è uno strumento progettuale che rende questo evento unico e non replicabile altrove».

La Sila3Vette non è solo competizione, ma anche turismo, gastronomia e cultura. Quanto è importante raccontare la montagna a 360 gradi?
«È fondamentale. Non esiste un evento sportivo senza il racconto del territorio che lo ospita. La Sila3Vette ha scelto fin dall’inizio di promuovere l’altopiano a 360 gradi, andando oltre il tempo della gara: comunicazione continua, presenza nelle fiere, coinvolgimento degli operatori locali, attività distribuite durante l’anno. Questo approccio ha permesso di creare un vero brand legato alla Sila, capace di generare economia diffusa e di attrarre visitatori anche fuori dalla stagione sciistica. La gara finisce, il racconto resta. Ed è lì che la montagna continua a vivere».

Neve, silenzio e fatica: cosa rende la Sila una montagna unica rispetto ad altri contesti più blasonati?
«La Sila è una montagna che non ha bisogno di imporsi, ha solo bisogno di essere conosciuta. Molti atleti inizialmente la sottovalutano, ma poi scoprono una montagna tosta, continua, che scava dentro. Non è verticale, è orizzontale: invita alla resistenza più che all’esibizione, alla durata più che all’epica immediata. È accessibile senza essere facile, accogliente senza essere addomesticata. Proprio questa apparente mitezza è la sua forza, ed è ciò che rende l’esperienza in Sila diversa da qualsiasi altra».

Cosa significa oggi “sposare” un territorio e promuoverlo senza snaturarlo?
«“Sposare” un territorio significa assumersi una responsabilità. Non è romanticismo, ma lavoro quotidiano, scelte, rinunce. Vuol dire riconoscerne i limiti prima ancora delle potenzialità, rispettarne i ritmi e gli equilibri. Promuovere la Sila senza snaturarla significa evitare scorciatoie comunicative, eccessi, spettacolarizzazioni forzate. Significa raccontarla per quello che è davvero, accompagnando uno sviluppo che non consuma ma integra. Come in ogni relazione autentica, l’amore vero si vede nella continuità, non nell’effetto immediato».

Che messaggio vuole lanciare ai giovani calabresi attraverso la Sila3Vette?
«La Sila3Vette dimostra che anche in Calabria si possono creare progetti credibili e riconosciuti a livello internazionale partendo dal territorio. Ai giovani voglio dire che la fatica ha un valore: non solo quella sportiva, ma quella di chi sceglie di restare, di investire tempo ed energie, di costruire passo dopo passo. Questo evento è il risultato di anni di errori, tentativi e perseveranza. Il messaggio è semplice: il futuro non è necessariamente altrove, se si ha il coraggio di immaginarlo e costruirlo qui».